LibertàEguale

Alla ricerca della chiarezza teorica: la lezione di Umberto Minopoli

di Enrico Morando

 

Ciao Umberto,

non so se dove sei adesso c’è un’Area Riformista. So che se c’è, tu avrai già sollevato l’esigenza di un chiarimento di fondo, sul tema più importante e controverso del momento… Meglio: avrai già sollecitato una revisione profonda, radicale, del tradizionale approccio a quel tema (quale che esso sia), pretendendo che solo da quella revisione del sistema delle idee fondamentali si possano coerentemente far derivare indicazioni chiare-comunicabili e comprensibili ai più-, circa le cose da fare, nel concreto dell’azione quotidiana.

Ricordo ancora oggi il senso di vertigine che mi prese quando -nelle accanite discussioni che precedettero e accompagnarono la svolta dell’’89- tu mi facesti notare che non bastava “dare finalmente ed esplicitamente a Turati la ragione che aveva” – come io proponevo che si facesse-, per qualificare finalmente come riformista, e non pudicamente “riformatore“, il partito che volevamo nascesse -in conclamata rottura di continuità- dalle radici del PCI.

“Perché -uso le parole che hai poi usato nel libro scritto con l’altro, inseparabile Umberto: Il movimento è tutto- Sugarco editore 1993- il movimento socialista italiano è stato o si è definito, a più riprese, riformista, ma ha opposto, sin dalle origini, una chiusura netta e decisa verso il revisionismo inteso come filosofia del riformismo…”. Un errore in cui è incorso, concludevi, anche il pur grandissimo Turati, nel quale convivevano amore per la libertà e la democrazia, gradualismo evoluzionistico e intangibilità degli scopi finali. Un’ambiguità, quest’ultima, figlia del rifiuto di un radicato ripensamento teorico.

Ho presto dovuto prendere atto che le mie considerazioni sull’esigenza di tenere in conto l’istintiva avversione dei militanti a bruschi salti di continuità, che costringevano ad abbandonare consolidate (e rassicuranti) certezze, si infrangevano  sulla tua secca risposta: “Questo è il ragionamento di Vollmar, il potente capo della socialdemocrazia bavarese, che rimproverava a Bernstein -di cui pure, da riformista “pratico“,condivideva il programma-, le sue pretese di chiarezza teorica, che lo esponevano al rischio di isolamento. Ma quando, nel 1959, la SPD  ridefinisce se stessa a Bad  Godesberg, ricorre alle idee di Bernstein, non al “riformismo pratico“ di Vollmar, di cui si è persa finanche la memoria”.

A chi ci faceva notare (i riformisti “pratici“ c’erano anche allora, e nel nascente PDS erano ancora più numerosi i riformisti “caotici“- che la nostra era una discussione confinata in un mondo superato da 100 anni, entrambi eravamo pronti a dimostrare che, senza un’esplicita revisione ideologica sul carattere “sistemico“ o meno della nostra idea di socialismo, la svolta del PCI rischiava di essere interpretata dai più come una mossa strumentale per non restare sepolti sotto le macerie del muro di Berlino. E, proprio per questa “debolezza teorica“, di non essere in grado di “incidere menomamente le masse” (Rosselli), impantanandosi in un insuperabile coacervo di contraddizioni. Destinate, a loro volta, ad indebolire la possibilità che la sinistra si facesse protagonista di un lungo ciclo di governo riformista.

Scelte politiche chiare e nuove -il Governo di alternativa alla DC, in un sistema politico riformato e caratterizzato dall’alternanza; un programma a medio termine realistico ed ambizioso; una politica dei redditi frutto di concertazione tra le parti sociali- potevano derivare solo da una revisione esplicita del nostro sistema di idee, rifondato secondo la visione che afferma che “l’esito naturale cui tende la prospettiva del socialismo moderno è la sintesi con il liberalismo“.

Altro che fumisterie ideologiche: fu questo sistema di idee -corroborato dall’analisi del percorso compiuto dalla SPD, da Bernstein a Bad Godesberg, dalla grande coalizione ai governi di alternativa alla CDU- ad ispirarci quando, sotto la regia di Gerardo Chiaromonte, proprio tu ed io scrivemmo la bozza del documento dell’Area Riformista del neonato PDS, che proponeva un aperto sostegno al tentativo di Amato di formare un nuovo Governo, dopo le elezioni del 1992. Emanuele Macaluso, ricordando che quel documento portò alla aperta rottura della maggioranza uscita vincitrice dal Congresso di Rimini, riassume così le due ragioni della sua aspra reiezione da parte della nuova maggioranza interna al PDS: 1) ritenere che una campagna indiscriminata contro la “partitocrazia“ corrotta e l’appoggio acritico all’azione giudiziaria si sarebbero risolti in una delegittimazione di tutte le forze politiche, tranne il PDS; 2) il bombardamento contro il governo Amato e contro l’accordo governo-sindacati del 1992. Sono le due ragioni di fondo che saranno alla base dell’enorme pasticcio combinato dal PDS col Governo Ciampi. Il quale, a sua volta, spiega perché alle elezioni del 1994 andammo separati dai popolari di Martinazzoli e Segni, favorendo la schiacciante affermazione di Berlusconi.

Anche allora ci fu chi -pur condividendo la nostra posizione- fu critico con la scelta di “accelerare“ il chiarimento, costasse quel che costasse. Alla luce di quello che è accaduto dopo, continuo a pensare che pretendere chiarezza fosse il modo migliore per “mettere alla prova“ l’efficacia politica della Svolta e rendere effettivamente produttivo, al fine del cambiamento del Paese, l’enorme sforzo di innovazione che l’aveva promossa.

Fedele a questo intransigente approccio, hai proposto -anche prima dell’ultimo Congresso del PD, il tuo e il mio partito- che noi riformisti più coerenti si andasse alla prima fase del Congresso (quella tra gli iscritti) con una nostra mozione e un nostro candidato: “Rendiamo chiare le alternative, costringiamo tutti a misurarsi coi problemi posti dalla sconfitta politica che abbiamo subito“. Sento su di me la responsabilità di non aver saputo riconoscere subito la ragione che avevi. E so per certo che ci aiuterai -con l’esempio che ci hai dato e le idee che ci hai lasciato in eredità- a rimediare a questo errore.

Ciao Umberto, e grazie di tutto,

                 

Enrico

PS: Se ti capita di incontrare -dove sei adesso- Bernstein, salutalo anche da parte mia. E non dirgli, per favore, che qualche volta mi hai paragonato a Vollmar…

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