LibertàEguale

Appunti per rilanciare la missione dei riformisti

di Alberto Colombelli

 

Il 4 dicembre scorso sono trascorsi cinque anni esatti da quel giorno del 2016 in cui si celebrò la fine di una stagione.

Perché di quello si trattò nel momento in cui il referendum confermativo di quella riforma costituzionale sancì la vittoria del No.

Lo capii immediatamente.

La sera stessa dissi che era finito tutto.

La ragione nasceva dal perché di quell’impegno tanto assiduo quanto appassionato che ci aveva portato a Bergamo a costituire e promuovere sin da inizio febbraio uno dei primi in assoluto Comitati per il Sì, al punto da portare all’apertura ufficiale della campagna referendaria nazionale proprio nel nostro Teatro Sociale in Città Alta con la diretta presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che dichiarava “Bergamo in vantaggio su tutti”.

E il perché di quel nostro impegno era di riuscire a tenere la Politica al centro della scena – come bene diceva Salvatore Vassallo nel suo libro “Liberiamo la Politica” (Il Mulino, giugno 2014) di cui ospitammo la presentazione a Bergamo ben due anni prima del referendum – liberandola, fin che eravamo ancora in tempo, dalla deriva che l’aveva già allora condotta a non essere più considerata purtroppo da molti lo strumento più classico per l’elaborazione e l’adozione di soluzioni democratiche.

Avevamo pienamente colto il rischio concreto di essere giunti a un punto anche di possibile non ritorno, che apriva le porte a populismo e sovranismo, la cui responsabilità poteva essere estesa ai tanti da troppo tempo incapaci di dare risposte concretamente riformiste quando queste erano più facilmente attuabili.

Proprio ciò determinò che quella stagione di riforme, non solo costituzionali ma in senso lato, dovesse necessariamente essere condotta proprio in una delle legislature più difficili.

Un’impresa straordinaria in una legislatura straordinaria, non perché voluta così da quel Governo, ma perché diversamente la successiva avrebbe potuto essere ancora peggio al punto da non offrire nemmeno più la possibilità di pensare ad una inversione di rotta.

Avevamo ben presente che la politica in quella legislatura era riuscita a recuperare solo in extremis la gestione del Paese che a fine 2011 aveva già perso a vantaggio di quel Governo Monti, del tutto tecnico, con le conseguenze che tutti conosciamo prodottesi anche sul piano sociale.

Purtroppo non eravamo assolutamente in un mondo perfetto, ma in una situazione di emergenza che imponeva tra gli altri e ancor più di sempre responsabilità, iniziativa e tanta concretezza a tutti i livelli.

E tutto non poteva che partire da riforme istituzionali che ridessero dignità alla Politica, con il Parlamento capace di recuperare a pieno titolo le sue funzioni contro voti di fiducia e decretazioni d’urgenza sempre più ricorrenti e diffuse ed anche offrendo finalmente anche al nostro Paese la possibilità di poter contare su regole che garantissero finalmente l’affermarsi di una normale democrazia dell’alternanza.

La mia era una passione che veniva da lontano, da quando il Prof. Serio Galeotti all’Università di Bergamo mi fece studiare due suoi testi di grande ispirazione, “Per un governo di legislatura” e “Alla ricerca della governabilità”.

Partendo da lì, ne nacque quella che fu una vera missione civica collettiva e umana senza pari che mi ha lasciato molto in un impegno, come mi piace dire “a mani nude”, pressoché totalizzante per un intero anno condotta e condivisa insieme a tanti meravigliosi compagni di viaggio incontrati progressivamente lungo la strada, mettendoci in gioco, ancor più di tante altre esperienze, di fronte a moltissima gente che su questo tema aveva un’attenzione unica di questi tempi, basti pensare alla percentuale di partecipazione raggiunta al voto imparagonabile a quella di qualsiasi altra occasione elettorale.

Ebbene, a distanza di cinque anni, le sensazioni immediate di quella sera sono pienamente confermate.

Siamo ormai arrivati al 67^ governo in 75 anni, con una politica che ha dovuto di nuovo ricorrere anche all’inizio di quest’anno all’ennesimo Presidente del Consiglio di estrazione tecnica, seppur in questo caso con qualità ed esperienze che per loro natura hanno avuto un forte contenuto politico.

A cui si deve aggiungere l’incapacità da parte dei partiti politici di riuscire ad individuare tra la propria classe dirigente candidati né per la Presidenza della Repubblica né per la Presidenza del Consiglio, con rispettivamente Sergio Mattarella per il primo e Mario Draghi per entrambi gli unici due nomi ricorrenti in ogni confronto di questi giorni.

Con una credibilità internazionale riacquisita dal nostro Paese solo per effetto dell’autorevolezza dell’attuale Presidente del Consiglio e non di certo per la forza delle nostre istituzioni e tanto meno dei nostri partiti politici, con questi ultimi sempre più spesso confinati in schermaglie nazionali se non strettamente loro interne e mai, se non per rare eccezioni, protagonisti di quella politica transnazionale come invece situazione geopolitica e sedi delle decisioni che contano dovrebbero necessariamente richiedere.

Autorevolezza che riesce a compensare anche a momenti di celato imbarazzo come quelli vissuti in occasione della recente firma del Trattato del Quirinale siglato con la Francia, presenziato anche da chi solo pochi mesi prima nel medesimo attuale assolutamente primario nostro ruolo istituzionale che riveste aveva solidarizzato con i Gilet gialli contro il Presidente della Repubblica francese, chiesto l’impeachment del nostro Presidente della Repubblica, sostenuto l’uscita dall’Euro contro la Banca Centrale Europea allora presieduta dal nostro attuale Presidente del Consiglio, oltre che paventato il ritiro della cittadinanza italiana ad un nostro ex-Sottosegretario agli Affari europei quale è Sandro Gozi che proprio attraverso quella politica transnazionale promossa e ufficializzata in questo patto (di cui peraltro è stato il primo artefice) aveva assunto un incarico per il Governo francese.

Il tutto aggravato nel frattempo da un ulteriore referendum costituzionale per il quale questa volta ha prevalso il Sì, attraverso cui si è tagliato il numero dei parlamentari per assecondare proposte populiste di una parte disattendendo poi per il momento qualsiasi correttivo che si era indicato come successivamente necessario.

Così arrivando fino a rinnovare ancora una volta da parte dei partiti politici l’esigenza di dover cambiare per l’ennesima volta la legge elettorale anche alla fine della corrente legislatura, pratica che non ha assolutamente eguali in nessuna altra democrazia liberale occidentale.

Tutto questo è evidente e quel che più conta è che ce ne è piena consapevolezza.

Prova ne sono i continui incontri riformisti che si susseguono senza sosta.

Solo nei due weekend centrali di novembre si sono avuti lincontro di Comunità Democratica promosso da Graziano Delrio e Debora Serracchiani, la Leopolda conclusa da Matteo Renzi, la Convention de Linkiesta e levento di Renew Europe voluto da Sandro Gozi al MAXXI di Roma.

Ancor prima l’Assemblea nazionale di Libertà Eguale e l’appuntamento promosso dall’associazione Volare di Tommaso Nannicini.

Più recentemente ci sono poi stati il Festival dell’Ottimismo de Il Foglio e presentazioni del libro di Marco Bentivogli di Base Italia che hanno coinvolto ospiti espressione di più mondi riformisti (l’ultimo con Maria Elena Boschi, Carlo Calenda e la stessa Debora Serracchiani).

Incontri preziosi, perché tutti mossi in una medesima direzione.

Quella di ritrovare una strada comune su cui costruire una nuova stagione riformista, la più preziosa e necessaria per il Paese.

Al netto di tutte queste iniziative c’è però ora bisogno di una prova definitiva di maturità di tutti i veri riformisti.

Ricordando in questi giorni quel sogno di nuovo spezzato cinque anni fa, c’è una domanda che mi accompagna senza sosta.

Ma quanto era bella quella stagione in cui tutti eravamo insieme?

Si generava entusiasmo e partecipazione, non lastensionismo di oggi.

Si ragionava sulle idee e si costruiva visione strategica, non tatticismi per bloccare qualcuno.

Era una Politica che generava ispirazione.

Non facciamoci più tenere imbrigliati, né da nascosti conservatorismi né da opportunisti europeismi dell’ultima ora.

E ristabiliamo, come deve esserci, una gerarchia delle relazioni e delle alleanze.

Usciamo dagli schemi e ritroviamoci, recuperiamo e trasmettiamo vero entusiasmo come sappiamo, la gente ci seguirà ancora.

Perché riformismo non significa dedicare ossessivamente le proprie energie a posizionarsi da una parte e combatterne unaltra, ma leggere il proprio tempo e capire, insieme, quali possano essere le soluzioni più coerenti e costruttive per affrontarne e superarne le criticità.

Facendolo senza preclusioni se non quelle nei confronti di chi è sovranista, populista, antieuropeista e contro democrazia liberale e stato di diritto.

Su questo scegliere i propri compagni di viaggio, al netto di tutto il contorno che nulla produce e tutto distrugge.

Nellinteresse del Paese e in difesa dei nostri valori.

E soprattutto del nostro futuro e delle future generazioni.

Ho visto recentemente un documentario su Joshua Wong, leader degli studenti di Hong Kong oggi nelle carceri cinesi: nel 2014 diceva Facciamo tutto questo per noi e per le future generazioni”.

Parlava di future generazioni e aveva solo 18 anni.

Questa è lessenza della Politica, impegnarsi per come ci è più congeniale e possibile cercando di lasciare un mondo migliore di quello che abbiamo trovato.

Serve coraggio, passione, visione e tanta perseveranza.

Servono giovani di cuore, senza limiti di età.

Questo mi lasciano tutti i recenti eventi che ho apprezzato e seguito con attenzione, per i quali ringrazio tutti per i preziosi contributi che mi hanno offerto.

Insieme con il desiderio di impegnarmi per come potrò e dove potrò essere più utile.

Proprio ora abbiamo un’occasione unica.

Possiamo iniziare a farlo da subito approfondendo insieme contenuti e opportunità del PNRR.

Perché quel Piano è senza precedenti e il contributo alla sua attuazione è la sfida riformista più importante in assoluto per la nostra generazione.

È una grande responsabilità, per le sue dimensioni segnerà il corso di tutto il programma Next Generation EU ed inequivocabilmente il futuro dellEuropa e di tutti noi.

Una missione allaltezza della missione che i veri riformisti intendono e devono perseguire.

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