LibertàEguale

Blair: “Senza un cambiamento totale, il Labour morirà”. Lezioni per l’Italia…

di Tony Blair*

 

Il partito laburista ha bisogno di una completa decostruzione e ricostruzione. Niente di meno andrà bene.

La sfida per i laburisti e per i liberaldemocratici

La sfida che devono affrontare i partiti laburisti e liberaldemocratici britannici non può essere sottovalutata. I partiti politici non hanno alcun diritto divino di esistere e i partiti progressisti di centro e centro sinistra stanno affrontando l’emarginazione, se non addirittura l’estinzione, in tutto il mondo occidentale. Dov’è il Partito socialista francese di François Mitterrand o l’SPD tedesco di Willy Brandt? E i partiti nazionali dominanti possono diventare molto rapidamente piccoli partiti marginali sotto i colpi di martello delle leadership scadenti e del cambiamento sociale ed economico. Guardate il Partito Liberale di Asquith e Lloyd George, ridotto da 397 a 43 seggi in soli 18 anni all’inizio del XX secolo.

Ad esclusione della vittoria di Joe Biden negli Stati Uniti, la politica progressista in tutto il mondo è mal messa: quattro sconfitte elettorali per il Partito laburista britannico e nessuno che scommetta contro una quinta ulteriore disfatta; l’SPD tedesca superata da un partito dei Verdi moderato; i socialisti francesi, che hanno vinto la presidenza nel 2012, ora sono fermi all’11%; la sinistra italiana implosa e divisa; i socialisti spagnoli e svedesi si aggrappano al potere, ma molto al di sotto dei loro precedenti livelli di consenso.

 

Non sopravvalutare la vittoria di Biden

E, a dire il vero, nessun democratico o democratico ragionevole dovrebbe sopravvalutare la vittoria di Biden. Ha vinto contro un incumbent come nessun altro, considerato dagli elettori di centro come un personaggio strano dai comportamenti bizzarri e inaccettabili. Nel mezzo della crisi del Covid-19, le azioni di Donald Trump sembrarono aver peggiorato gli effetti della pandemia; e anche in quella situazione, Trump, dal 2016 al 2020, ha perfino aumentato il numero di voti nelle elezioni presidenziali, mentre i repubblicani hanno ottenuto un buon piazzamento alla Camera e hanno perso il controllo del Senato forse solo grazie alle bizzarre buffonate post-elettorali che si sono concluse con l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso. La vittoria di Biden è stata una reazione pesante non tanto contro le politiche quanto contro il comportamento di Trump. Con Biden, i Democratici hanno scelto forse l’unico potenziale leader che avrebbe potuto vincere.

Senza Biden, e la sua ovvia ragionevolezza e moderazione, non ci sarebbe stata alcuna vittoria. Le idee contano in politica e giustamente contano molto per i progressisti. Ma senza leader che possano inquadrare e presentare queste idee con successo, raccolgono polvere sugli scaffali, non voti nelle urne. La manifesta dignità di Biden – persona giusta, posizionamento giusto, momento giusto – si è rivelata vitale.

Anche adesso, tuttavia, con il nuovo presidente in carica – e i suoi modi sobri che smentiscono un piano di stimoli e un programma di “ricostruzione” straordinariamente radicali – i Democratici non riusciranno a fare tutto come piace a loro.

Può darsi che la continua divisione su Donald Trump che domina il Partito Repubblicano possa eclissare ogni opportunità di ripresa, almeno nella corsa per la presidenza. Ma se i repubblicani dovessero risolvere la loro crisi di leadership e identificare un leader valido, potrebbero dare ai Democratici del filo da torcere. In particolare, mentre Biden sta combattendo la crisi del Covid-19, la sua evidente capacità in un ambito in cui la politica di parte appare inutile gli fa gioco. Ma al di fuori di quell’ambito, i Democratici devono battagliare, specialmente sulle questioni culturali. L’America rimane un paese profondamente diviso.

In breve, lasciate stare Joe Biden: nel mondo occidentale di oggi ci sono solo sprazzi di un’agenda progressista con un profondo sostegno della maggioranza.

 

“Tassa e spendi”: un messaggio antiquato

La questione progressista sta tutta qui: in un’epoca in cui le persone vogliono il cambiamento in un mondo che cambia e un futuro più giusto, migliore e più prospero, i progressisti radicali non sono ragionevoli e quelli ragionevoli non sono radicali. La scelta è quindi tra chi non riesce a ispirare speranza e chi ispira tanta paura quanta speranza.

Quindi, la competizione è guidata dalla nuova sinistra radicale, con i “moderati” che vanno al traino, mimando con imbarazzo una versione annacquata delle politiche della sinistra mentre di tanto in tanto cercano di resistere all’ulteriore scivolamento che gli aliena l’elettorato di centro.

Il risultato è che oggi la politica progressista ha un messaggio economico antiquato di Big State, “tassa e spendi” che, tolta la parte di spesa (che la destra può fare comunque), non è particolarmente attraente. Questo messaggio si combina con un altro messaggio, sociale e culturale, basato sull’estremizzazione delle identità e sulle politiche anti-polizia che risultano odiose per vaste fasce della popolazione (e, dunque, degli elettori). “Togliere risorse alla polizia” potrebbe essere lo slogan politico più dannoso della sinistra dopo “la dittatura del proletariato”. Così facendo si lascia alla destra un messaggio economico che sembra più pratico e un potente messaggio culturale sulla difesa dei valori tradizionali della bandiera, della famiglia e del focolare. In sostanza, la destra mostra orgoglio per la propria nazione, mentre parti della sinistra appaiono imbarazzate dall’idea stessa di nazione.

 

21° secolo: la trasformazione del mondo

Tutto questo sta accadendo sullo sfondo di una trasformazione del mondo reale. Stiamo vivendo lo sconvolgimento di più vasta portata dalla rivoluzione industriale del 19° secolo: la rivoluzione tecnologica di Internet, intelligenza artificiale, informatica quantistica, progressi straordinari nella genomica, bioscienza, energia pulita, nutrizione, giochi, pagamenti finanziari, immagini satellitari – tutto, ogni sfera del lavoro, del tempo libero e della vita è soggetta al suo potere di trasformazione. La domanda è: come viene utilizzata questa trasformazione? Per controllare l’umanità o liberarla? Per fornire opportunità a coloro che attualmente non hanno opportunità, o per mettere ancora più potere, ricchezza e opportunità nelle mani di coloro che sono già benestanti?

Questa è la sfida politica centrale del nostro tempo. Chi comprende questa rivoluzione – e mostra come può essere padroneggiata a beneficio del popolo e sfruttata per il bene pubblico – conquisterà meritatamente il potere. È una sfida fatta su misura per la causa progressista. Richiede un governo attivo; un impegno per la giustizia sociale e l’uguaglianza; una revisione dei servizi pubblici, in particolare sanità e istruzione; misure per portare gli emarginati nel mainstream della società; e una nuova infrastruttura del 21° secolo.

Richiederà innovazione, non lo status quo; e una mentalità da protagonisti del cambiamento, non da meschini conservatori. Sarà meglio farlo in alleanza e collaborazione con altre nazioni, non con un nazionalismo dalla vista limitata. Si prenda come esempio la crisi del Covid-19: ha richiesto un governo attivo che sfruttasse l’innovazione, lo sforzo collettivo e il coordinamento globale, bilanciando le esigenze dell’economia con la necessità di combattere la malattia. La crisi ha accelerato il cambiamento tecnologico, ha approfondito le disuguaglianze, ha dato un premio ancora più grande alla creatività e ha mostrato come il servizio pubblico dedicato sia una parte vitale della sopravvivenza nazionale.

Tutto ciò che riguarda il mondo in cui viviamo, e ancor di più quello in cui stiamo per vivere, richiede una risposta progressiva. In futuro, coloro che sono attrezzati per la rivoluzione tecnologica possono avere successo; quelli mal equipaggiati quasi certamente falliranno. Questa è la moderna causa progressista. La rivoluzione tecnologica del 21° secolo è il punto cruciale: il cambiamento nel mondo reale nel bene e nel male.

 

La sfida dei progressisti

Perché i progressisti hanno difficoltà ad accettare questa sfida? Perché dicono di vedere questa sfida e poi guardano oltre, trovando altrove il luogo in cui concentrare le loro idee ed energie?

È per lo stesso motivo per cui è stato così difficile per il Labour abbandonare la clausola IV e l’impegno per la nazionalizzazione di massa negli anni ’80 e ’90 (la clausola IV, adottata nel 1918, fa parte dello statuto del partito laburista britannico e richiedeva la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Nel 1995, sotto la guida di Tony Blair, è stata adottata una nuova clausola IV che abbandona la vecchia idea collettivistica, NdT.).

Era una confusione di valori permanenti con meccanismi obsoleti: un fallimento nel cogliere la natura della sfida sociale ed economica contemporanea e una profonda riluttanza psicologica a lasciare andare un passato obsoleto. Significa scartare le credenze radicate e i vecchi demoni. Questo nuovo mondo non richiede un Big State, uno Stato omnipervasivo, ma uno Stato strategico e attivo, capace di risolvere i problemi e di promuovere, allo stesso tempo, l’inclusione sociale e il dinamismo economico. Questo nuovo mondo sfiderà tutti coloro che non si adattano al cambiamento, comprese le grandi imprese con una mentalità centralizzata convenzionale o i sindacati che non riescono a fare i conti con la mobilità dei lavoratori nella nuova economia. In futuro una miriade di piccole imprese e lavoratori autonomi saranno centrali e non periferici.

 

I servizi pubblici

Lo stesso vale per i servizi pubblici. Il modo in cui forniamo assistenza medica e istruzione cambierà drasticamente e i vecchi modi di lavorare diminuiranno. Saranno necessarie nuove forme di proprietà sociale per affrontare la crisi degli alloggi. Le soluzioni saranno spesso pratiche, alcune più associate al pensiero tradizionale di sinistra ma altre più al pensiero moderno di centro-destra. Tutto ciò richiederà una costante adesione ai valori, ma un completo agnosticismo riguardo ai mezzi per attuarli.

Il pensiero dei nuovi radicali di sinistra in tutto l’Occidente – che è in realtà la riscoperta della politica di sinistra ispirata dal marxismo degli anni ’60 da parte di una nuova generazione – è in gran parte ridondante per rispondere alla sfida. Proprietà pubblica dell’industria, insegnamento universitario “gratuito”, regolamentazione molto più pesante: tutte queste soluzioni tradizionali, oltre ad essere politicamente impegnative, non avranno un impatto materiale sulla vita delle persone in alcun modo simile al cambiamento tecnologico e potrebbero essere perfino regressive se riducono il potere della mobilità sociale e delle aspirazioni sociali. Sembrano soluzioni “radicali” perché provengono da una sinistra tradizionale che li ha presentati come tali, ma politicamente sono perlopiù ormai pezzi da museo, relitti persistenti di un’ideologia obsoleta.

Non è che le questioni tradizionali non contino; è solo che sono di second’ordine rispetto a quelle che stanno accompagnando la rivoluzione. Naturalmente, dobbiamo determinare i livelli di tassazione e spesa, una regolamentazione appropriata e ciò che lo Stato fa e non fa. E ci saranno scelte politiche e compromessi che deciderà la democrazia. Ma tutto ciò diventa insignificante accanto alla questione di come gestiamo la vastità onnicomprensiva dell’impatto del cambiamento tecnologico moderno. Quindi, possiamo e senza dubbio richiederemo più spesa pubblica per il sistema sanitario nazionale. Ma una sfida più grande per il riformismo è il modo in cui utilizziamo la tecnologia per modificare la diagnostica, la prevenzione e la salute pubblica.

 

Cambiamento climatico, istruzione, identità

Allo stesso modo, affrontare il cambiamento climatico si può solo attraverso l’applicazione della scienza e della tecnologia. In particolare, richiederà una rivoluzione nei modi di trasporto e nelle infrastrutture di trasporto per promuovere l’elettrificazione e il passaggio dall’aviazione alla ferrovia ad alta velocità. Il fatto che il sistema ferroviario sia di proprietà pubblica o privata ha una minima importanza rispetto all’avvento nel prossimo decennio della tecnologia ferroviaria di nuova generazione e della crescita dei veicoli elettrici senza conducente, con tutti gli effetti conseguenti su posti di lavoro, assicurazioni e mobilità.

Capitolo istruzione: il modo in cui utilizzeremo la possibilità dell’insegnamento e dell’apprendimento online per cambiare il modo in cui istruiamo i nostri giovani e come di conseguenza si evolveranno le capacità di insegnamento, deciderà se in futuro saremo o meno una nazione istruita. E le nazioni ai primi posti nell’istruzione otterranno un vantaggio sproporzionato.

Se si sfoglia il catalogo delle politiche, dalla criminalità alla difesa all’ambiente, in ciascuna di queste il potenziale del cambiamento tecnologico è enorme e rivoluzionario. Questo è il futuro. Ma non puoi organizzare il futuro con i manuali di istruzioni del passato.

Proprio perché una nuova generazione più giovane è alla ricerca di una politica radicale, come fa ogni nuova generazione, e perché non la sta realmente trovando in un messaggio economico che non entusiasma, così i progressisti sono inadempienti rispetto alle questioni riguardanti la cultura, il genere, la razza e identità. Gestire questi problemi con successo è una sfida altrettanto grande per i progressisti moderni.

Gran parte dell’opinione progressista moderata vuole semplicemente tenersi alla larga da questi problemi culturali e di identità. I moderati – spesso di vecchia generazione – non capiscono bene l’eccessiva passione per alcune questioni come i diritti dei trans. Temono di inciampare o di dire la cosa sbagliata, e così sono arrivati ​​a una posizione che fondamentalmente dice: non c’è guerra culturale, in ogni caso non la stiamo giocando, o se c’è e siamo costretti a giocare, giocheremo in fondo il più silenziosamente possibile.

Credo che questo sia un errore e rafforzi semplicemente la sensazione di essere persone deboli che non sostengono davvero nulla. L’ho imparato da una vita in politica: per quanto tu sia un leader di successo, non sei sempre tu a decidere l’agenda. Puoi decidere la risposta, ma non sempre puoi decidere la domanda. I tuoi avversari politici hanno voce in capitolo e, cosa più importante, anche l’opinione pubblica.

 

Destra e sinistra

La destra sa di avere qualcosa da dire su queste questioni culturali. Si stanno divertendo e stanno piazzando trappole per la sinistra in tutto il campo, nelle quali, una per una, la sinistra sta cadendo. (Non sempre. Un momento chiave per Biden è stato quando ha completamente respinto la politica di “defund the police”, ​​proponendo una riforma della polizia.)

Tenere la testa bassa non è una strategia. È in corso una grande battaglia culturale. La gente progressista tende ad appassionarsi per espressioni come woke left (sinistra radicale ed estremista, NdT.) e political correctness, ma l’opinione pubblica normale sa esattamente cosa intendono. E la battaglia si combatte su un terreno definito dalla destra perché i progressisti ragionevoli non vogliono affatto essere in campo. La conseguenza di ciò è che lo standard progressista viene definito e rappresentato dai progressisti “radicali”, assai felici di combattere su quel terreno. Il fatto che questo modello assicuri una vittoria continua della destra non li scoraggia affatto. Al contrario, dà loro un accresciuto senso di rettitudine, tipico del kamikaze politico.

La politica progressista deve dipanare questa sfida culturale e conquistare quel terreno che gli permetta di mantenere il consenso dell’opinione pubblica. Non è impossibile. Ma richiede profonda riflessione e coraggio politico. Ecco alcuni principi attorno ai quali è possibile conquistare questo spazio.

Alla gente non piace la mancanza di rispetto verso il proprio paese, la propria bandiera o la propria storia. La sinistra fatica a comprendere questo sentimento e presume che ciò significhi che le persone sostengono tutto ciò che il loro paese ha fatto o pensano che tutta la loro storia sia sacrosanta. Ma le persone non pensano questo. Ma si chiedono se è corretto imporre il pensiero di oggi alle pratiche di ieri; temono che dietro l’agenda dei tanti che a sinistra conducono guerre culturali si nasconda un’ideologia estranea ed estrema; e sono istintivamente bravi nel distinguere tra le convinzioni e i militanti che le incarnano. Pertanto sosterranno con forza le campagne contro il razzismo; ma si ritrarranno dal linguaggio e dalle azioni estremiste del movimento Black Lives Matter. Potresti passare attraverso l’intera sequenza delle cause ideali attuali moderne – da Extinction Rebellion ai diritti trans a Reclaim the Streets – e trovare sempre la stessa situazione.

Alla gente piace il buon senso, le proporzioni e la ragione. Non amano il pregiudizio; ma non amano l’estremismo nella lotta al pregiudizio. Supportano la polizia e le forze armate. Ancora una volta, ciò non significa che pensano che quelle istituzioni siano irreprensibili. Nient’affatto. Ma stanno in guardia da coloro che pensano di usare comportamenti illeciti per diffamare le stesse istituzioni. E si aspettano che i loro leader esprimano la propria opinione, non subappaltino l’opinione a gruppi di pressione, non importa quanto degni.

L’atteggiamento corretto sulle questioni culturali è, per i progressisti, fare virtù della ragione e della moderazione. Essere intollerante nei confronti dell’intolleranza: dire che puoi non essere d’accordo senza denunciare. Per cercare l’unità. Evitare gesti politici e slogan. E quando vengono accusati di non sostenere le cause a sufficienza – il che è inevitabile – si difenderanno e chiariranno che non saranno vittime di bullismo o pressioni. Ciò farà perdere qualche voto tra le minoranze che strepitano; ma legherà a loro il centro dell’opinione pubblica, più solido benché sia spesso silenzioso. E, naturalmente, ciò consentirà di perseguire efficacemente i propri stessi ideali, così come ha fatto l’ultimo governo laburista con la sua rivoluzione sui diritti dei gay e il percorso verso il matrimonio egualitario, costringendo anche il Partito conservatore a cambiare idea sulla questione.

 

La situazione nel partito laburista britannico

Il Partito laburista britannico è l’incarnazione di questa sfida progressista. Solo 17 mesi fa è andato all’estrema sinistra e ha subito la peggiore sconfitta nella storia del partito. Ora ha sostituito Jeremy Corbyn, un classico politico di protesta completamente inadatto alla leadership, figuriamoci al governo, con Keir Starmer – Sir Keir – intelligente, capace, di mentalità moderata. Ha preso una posizione forte contro la macchia di antisemitismo dell’era Corbyn, è stato generalmente ragionevole quando si è opposto alla gestione del Covid-19 da parte del governo, appare e si dimostra sensato. Ma fa ancora fatica a sfondare nell’opinione pubblica e le elezioni della scorsa settimana sono una battuta d’arresto importante.

Il Partito Laburista si sta ora fasciando la testa e si chiede perché la sostituzione di un estremista con qualcuno più moderato non abbia portato con sé il miracolo della rinascita. Si chiede persino se Keir sia il leader giusto.

Ma il partito laburista non si riprenderà semplicemente con un cambio di leader. Necessita di una totale decostruzione e ricostruzione. Non basterà niente di meno.

Attualmente, il Labour esprime perfettamente il dilemma progressista. Corbyn era radicale ma non sensato. Keir sembra sensato ma non radicale. Gli manca un messaggio economico convincente. E non avendo ancora chiaro il messaggio culturale, questo viene ancora definito dalla woke left, dalla sinistra radicale. Allo stesso modo, “spendere di più” è uno slogan debole quando il governo Tory sta già spendendo a livelli record. E l’eredità del manifesto laburista del 2019 – un programma da 1 trilione di sterline – è un enorme albatro, accompagnato dal solito argomento fuorviante della sinistra secondo il quale le singole voci hanno grande consenso: è sempre così, peccato che il loro effetto cumulativo sia mortale.

Sulle questioni culturali, una dopo l’altra, il Partito laburista è messo spalle al muro da consensi scoraggianti. Un partito progressista in cerca di consenso che guarda con sospetto fenomeni popolari del calibro di Trevor Phillips (il personaggio immaginario del videogioco Grand Theft Auto, NdT.), Sara Khan (una nota attrice indiana) o JK Rowling (l’autrice di Harry Potter) non vincerà. La politica progressista ha bisogno di discutere le questioni culturali con urgenza e apertura mentale. Ha bisogno di respingere con forza coloro che cercheranno di mettere a tacere il dibattito. E di cercare una nuova coalizione di governo. Tutto dimostra che può farlo solo costruendola a partire dal centro.

 

I partiti progressisti devono modernizzare il loro messaggio

I partiti progressisti devono modernizzare il loro messaggio economico. Hanno bisogno anche di un messaggio sociale e culturale unificante. I partiti conservatori della politica occidentale si sono adattati e adattati. Ma di norma trovano una nuova coalizione economica e culturale.

Nel frattempo, i partiti di sinistra si stanno dividendo, i partiti verdi sono in crescita ma raramente in grado di conquistare il potere e un’intera generazione di talenti che non è conservatrice non riesce a trovare una casa politica. Per ora, il partito laburista non può adempiere alla sua missione storica. I suoi limiti sono stati lì sin dal suo inizio, in particolare il suo allontanamento dalla grande tradizione liberale britannica – Gladstone, Lloyd George, Keynes, Beveridge. Fatta eccezione per il periodo del New Labour, non è mai riuscito a restare al governo per più di sei anni; e il devastante vicolo cieco nel quale si è infilato negli ultimi dieci anni ha peggiorato questi limiti, forse endemici.

I politici progressisti aperti alla sfida del cambiamento si trovano nel Partito Laburista, nei Lib Dem e nelle file degli indipendenti. Abbiamo bisogno di un nuovo movimento progressista; una nuova agenda progressista; e la costruzione di una nuova coalizione di governo.

La costruzione di questo nuovo movimento progressista dovrebbe iniziare con un dialogo aperto tra i membri del Labour e dei Lib Dem e dei non allineati che la pensano allo stesso modo. Altrimenti, saremo nella triste situazione di combattere per una causa che non è chiara, con le mani legate dietro la schiena, su un terreno che non abbiamo scelto, in una battaglia che non possiamo vincere, contro un nemico che non merita trionfare; e sperando che un’altra sconfitta porti la chiarezza di intenti che dovremmo abbracciare ora. Non lo farà.

 

* Pubblicato su NewStatesman l’11 maggio 2021 – Titoli dei paragrafi a cura della redazione

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