LibertàEguale

Bonaccini: “Mi candido a Segretario del Pd”

di Stefano Bonaccini

Sezione Pd Campogalliano, 20 novembre 2022

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1. Vi ringrazio per essere venuti qui oggi. Ho creduto di dovervi parlare in questa riunione di circolo perché ho deciso di candidarmi a Segretario del Partito Democratico.

Mi è parso giusto dirlo prima di tutto a voi e dirlo qui. Cioè agli iscritti del mio circolo, ai miei compagni e alle compagne, agli amici, nel mio comune. Peraltro, io sono nato proprio lì davanti, in questa piazza.

Prima mi hanno fatto vedere un volantino, lì in sezione, di quando mi candidai nel ‘90 al Consiglio comunale di Campogalliano, nelle liste del Partito Comunista.

Per me è cominciato tutto qui.

E qui torno ogni sera, perché è dove vivo con la mia famiglia. Come i miei genitori, che conoscete perché da sempre iscritti e semplici militanti, che mi hanno trasmesso l’amore e la passione per la politica, intesa come impegno civile, indipendentemente dai ruoli che si ricoprirono.

Dopo la dura sconfitta del 25 settembre e la scelta di Enrico Letta di aprire il percorso congressuale, mi sono preso il tempo per ragionare e per capire se io possa essere utile al PD.

In queste settimane tantissimi mi hanno chiesto di candidarmi: iscritti ed elettori, sindaci e amministratori, donne e uomini che sono o erano nostri elettori. Persino qualcuno che non lo è mai stato, ma che avrebbe voglia di guardare a noi con speranza, fossimo in grado di dargliela.

Mi ha fatto molto piacere, ovviamente, anche se avverto il peso e la responsabilità di questa scelta. 

Sento il peso e la responsabilità perché sono consapevole di come il PD sia necessario per la stessa qualità democratica del Paese, rappresentando ideali e valori alternativi alle posizioni più conservatrici, regressive e alle derive populiste o sovraniste che abbiamo visto non solo qui, ma in tutto il mondo occidentale.

Da un lato mi chiedo se ho la capacità per fare quello che non è riuscito ad altri. Dall’altro se posso tirarmi indietro ascoltando chi mi dice “ma chi te lo fa fare? Alla guida della Regione stai facendo bene. Ti vai a rovinare la vita, non ne vale la pena”.

Io, invece, di una cosa sono sicuro: se, come credo, in gioco per la prima volta da quando è nato c’è la vita stessa del nostro partito, e non la mia candidatura o il mio destino personale (di quello chissenefrega), allora ne vale senz’altro la pena. Comunque vada.

La cosa che mi preoccupa di più è lo smarrimento della nostra gente. Dalla sconfitta sono passati meno di due mesi. Da una batosta simile non ci si riprende in poche settimane: sarebbe illusorio pretenderlo e ipocrita prometterlo. Io credo che questo lo comprendiamo tutti, in fondo.

Ma sentire evocare lo scioglimento del PD, mettere in discussione le ragioni per cui il Partito Democratico lo abbiamo fondato, mettendo insieme culture diverse, riformiste, progressiste, mi colpisce nel profondo.

Non accetto che noi si resti paralizzati sotto i colpi della destra, di questa destra, che governa, o delle altre opposizioni che tentano di dilaniarci. Questo no, a me non sta bene. Lo dico per me, per noi, per la nostra storia.

Se permettete, cosa vogliamo o dobbiamo fare lo decidiamo noi.

Non credo che chi ha le nostre storie, la nostra militanza, tema una sconfitta in sé: ne abbiamo subite tante… La famosa autocritica l’abbiamo sempre fatta, ma poi siamo ripartiti, provando a imparare dagli errori. Quello che getta sconcerto è l’idea che stavolta ci possa essere la nostra liquidazione, o che ci si possa perdere rispondendo alle sirene di chi, pur essendo all’opposizione come noi, passa tutto il suo tempo ad attaccare il PD invece della destra al governo.

No! Perché invece io credo che il nostro compito sia rialzarci e rimetterci in cammino. E ridare alla nostra gente una prospettiva. A coloro che sono rimasti, le volontarie e i volontari, le amministratrici e gli amministratori nei territori. Che per fortuna sono tantissimi e spesso persone di grande qualità. E anche a coloro che si sono allontanati, donne e uomini disillusi, che non sopportano più i nostri litigi e i nostri errori.

Credo che il compito di una classe dirigente, se è tale, sia quello di aprire l’ombrello quando piove per proteggere la propria gente, non rifugiarsi in una zona protetta o di comodo. Se lo dico per gli altri allora vale anche per me.

Per fare un passo avanti ho aspettato che prima la Direzione tracciasse il percorso e che ieri, infine, l’Assemblea nazionale approvasse le regole del congresso che porterà alle primarie del 19 febbraio. Perché decidere di stare in una comunità per me significa anche questo, rispettarne le regole. Sempre. E se pensi che vadano migliorate allora lo dici prima, in modo costruttivo, rimettendoti dopo alle decisioni prese insieme.

È quello che ho fatto nelle scorse settimane: ho detto ad Enrico Letta – che ringrazio per quanto ha fatto e sta facendo, anche perché si è caricato da solo di troppe colpe e responsabilità, cosa che altri non vedo fare allo stesso modo – che la scelta di una fase costituente era giusta ma che i tempi inizialmente prospettati erano molto lunghi. Non perché non abbiamo bisogno di discutere, e ci mancherebbe, ma perché immaginare di stare cinque mesi in un congresso mentre la destra governa e l’opposizione fatica a prendere quota rischiava davvero di essere una strada senza ritorno.

2. Io sono il più convinto che ci sia tanto da rifare e da rigenerare, ma dico subito che non basterà un congresso: ci aspetta una vera e propria traversata nel deserto. Perché il nostro compito è far tornare ad essere il PD un grande partito popolare, radicato nella società, a vocazione maggioritaria, perno di un nuovo centrosinistra capace di battere la destra nelle urne alle prossime elezioni. Ed essere riferimento per la famiglia socialista e democratica europea.

Perché lo voglio dire con chiarezza: abbiamo davanti cinque anni di opposizione, ma fra cinque anni dovremo, insieme, aver costruito un PD che vince. Che vince nelle urne e non governa per alchimie nate in Parlamento. La stagione in cui si sta al governo, anche se non si vince, è finita. Io credo l’abbiamo anche pagata.

Per farlo serve umiltà, tenere i piedi per terra, ma anche orgoglio. Servono determinazione e coraggio. Concretezza e lavoro quotidiano tra le persone.

Servono idee e sogni. Sì, anche i sogni, perché noi vogliamo costruire un mondo migliore di questo, un mondo più giusto.

La sinistra non nasce per amministrare l’esistente, ma per rendere il mondo, la società in cui viviamo un luogo migliore, dove tutti possano avere le stesse opportunità e dove anche l’ultimo della fila possa tagliare il traguardo.

Uguaglianza, Giustizia sociale, Equità, Solidarietà: sono questi i valori più profondi che devono definire LA NOSTRA IDENTITA’.

Un concetto semplice e concreto, che non siamo più riusciti a trasmettere: per noi davanti al bisogno di cura non ci sono ricco o povero e ciascuno ha diritto alla miglior prestazione sanitaria disponibile a prescindere dal proprio reddito. Per questo per noi la sanità è anzitutto pubblica e universalistica, non per ragioni ideologiche!

E così per la scuola, che deve tornare ad essere quell’ascensore sociale che offre a tutte le ragazze e ai ragazzi, a prescindere dalla famiglia di provenienza, le stesse opportunità.

So che nei servizi dell’infanzia ci sono liste d’attesa e bambini che restano fuori, con mamme che devono lasciare il lavoro. So che abbiamo un livello troppo alto di dispersione scolastica perché mancano servizi mentre le nostre imprese chiedono più giovani formati. È una bella contraddizione… Io credo che la sinistra esista proprio per superare queste contraddizioni.

E ancora, Libertà e Diritti, accompagnati sempre, però, da altrettanti Doveri: perché la cittadinanza per noi è Responsabilità e la Libertà vive nella Legalità.

Siamo la sinistra dell’emancipazione e dell’inclusione, della liberazione delle donne e della pienezza dei loro diritti, e la sinistra dell’accoglienza. A differenza di questa destra noi difendiamo il diritto di ciascuna persona di essere rispettata e riconosciuta per la propria identità. E rifiutiamo l’idea che sia lo Stato a poter stabilire come le persone debbano nascere, vivere, amare, morire.

Siamo la sinistra dei lavori, dell’ambiente e della lotta al cambiamento climatico. Che mette la transizione ecologica, insieme a quella digitale, tra le priorità per salvare il bene più prezioso che abbiamo: il nostro pianeta. E il nostro compito, in questo tempo, è fare in modo che lavoro, impresa e ambiente si tengano insieme e insieme possano crescere.

Definire e saper comunicare la propria identità è essenziale, altrimenti le persone non ti riconoscono.

Dobbiamo ritrovare anche la semplicità del messaggio per dire chi siamo, chi vogliamo rappresentare e quale idea di società abbiamo. Un militante di destra o del M5s impiega due secondi, a noi a volte non bastano 20 minuti.

E la sinistra, per come la intendiamo noi, non vive nelle idee astratte di convegni, ma nelle battaglie delle persone in carne ed ossa pronte a lavorare insieme per obiettivi comuni. Stando dove la gente vive, studia, lavora. Abbiamo bisogno di un Pd più popolare, mai populista, che stia in mezzo alle persone.

Se un partito è fatto solo per le liste e i programmi che presenti alle prime elezioni in calendario, la volta che perdi hai chiuso. Se un partito è fatto invece per cambiare la società, allora resiste anche alle sconfitte e il giorno dopo si rialza con dignità e ricomincia a lottare. Si può perdere, l’importante è non perdersi. Mai.

È questo il PD che in tanti vogliamo. Che in tanti vorrebbero, anche più di quelli che pensiamo. E’ per questo PD che adesso ripartiamo. E a chi pensa o spera di poterci liquidare dico che non sarà così. Perché senza il PD, senza una grande forza riformista e progressista, questa destra governerebbe per i prossimi vent’anni.

Ho il massimo rispetto per le altre forze di opposizione, e una volta definita la nostra identità ci occuperemo anche di alleanze, ma non deleghiamo ai 5 Stelle di rappresentare la sinistra, così come al Terzo polo di rappresentare i moderati: il PD nasce come partito di centrosinistra e questo spazio adesso ce lo andiamo a riprendere noi.

3. Siamo all’opposizione e dobbiamo tornare ad essere un partito da combattimento, capace di fare battaglie in Parlamento e nella società, con l’obiettivo di strappare voti anche agli avversari e di far tornare alla politica parte dei troppi che si sono astenuti.

E se smettessimo di perdere troppo tempo a parlare degli altri e più di noi, saremmo più rispettati e ascoltati. Se parli troppo degli altri, significa che hai poco da dire di te.

E la prima cosa per rimontare è ridare orgoglio alla nostra gente, per poter fare battaglie a testa alta. Riconoscere gli errori e cambiare per correggerli sì, ma basta con l’autoflagellazione per piacere. Perché se stiamo a picchiarci tra noi, chi la fa l’opposizione alla destra?

La seconda è costruire una nuova agenda: dire che la nostra era giusta e che gli elettori non ci hanno capito non va bene. I nostri valori sono giusti, su questo non ho alcun dubbio. Ma se i tuoi valori non diventano proposte chiare e concrete su scuola, sanità, lavoro, ambiente allora gli elettori premiano i tuoi avversari. Avanzerò proposte e chiederò a tutti un contributo, perché a noi servono le idee e le esperienze di tutti: c’è un patrimonio di competenze e di buone cose in giro per l’Italia che chiede solo di essere chiamato, conosciuto e valorizzato. E che mi pare non abbiamo saputo coinvolgere a dovere.

Io, mi conoscete, ho sempre fatto così: giro e vado a vedere coi miei occhi, a toccare con mano, a parlare con le persone. Ho fatto così a Campogalliano, a Modena e poi in Emilia-Romagna, macinando milioni di chilometri e passando la più parte del mio tempo fuori dall’ufficio e a contatto con le persone, le imprese, i sindaci, gli amministratori, le associazioni.

Non conosco altro modo e continuerò a fare così. Come continuerò a fare da presidente della Regione Emilia-Romagna fino alla fine del mandato, perché con gli emiliano-romagnoli ho un patto di fiducia preso all’inizio del 2020 e intendo onorarlo fino in fondo.

E continuerò a toccare il Paese con mano anche da candidato alla segreteria del Pd, partendo dal Mezzogiorno, che in questi anni ho vissuto attraverso gli occhi e le parole delle tantissime ragazze e dei tantissimi ragazzi che con dolore hanno dovuto lasciare la propria terra per cercare in Emilia-Romagna o al Nord prospettive e opportunità.

Ho conosciuto il Mezzogiorno anche attraverso i meravigliosi talenti di tantissime donne e uomini che in molti anni mi hanno parlato dei sacrifici e della nostalgia di casa, che con la loro tenacia e la loro capacità hanno contribuito a rendere l’Emilia-Romagna una terra di eccellenza. Ed è per questo che mi è molto chiaro quanto sia importante lavorare per fare in modo che i talenti straordinari che il Sud continua a generare possano trovare piena realizzazione in ogni parte d’Italia, allo stesso modo. A partire dal Mezzogiorno stesso ovviamente.

4. Chiederò una mano particolare a sindaci, amministratori locali, al gruppo dirigente diffuso sul territorio, ai tanti segretari di circolo che per pura passione e spirito di servizio dedicano intere giornate della loro vita per tenere insieme comunità e militanti.

Anche perché mi è abbastanza chiaro che non avrò il sostegno di molti nel gruppo dirigente nazionale.

Ed è la terza questione. Io credo che serva un gruppo dirigente nuovo. E noi lo abbiamo nel territorio, nelle regioni, nei comuni. C’è una classe dirigente diffusissima che può e deve essere valorizzata di più nel nuovo corso che dobbiamo costruire, per dare forza, coerenza e credibilità a questo rinnovamento generale di idee, proposte, organizzazione, battaglie. Abbiamo nuove energie che sono entrate anche adesso in Parlamento. C’è un mondo, fuori, di gente ‘nostra’ – nostra per militanza comune, adesione agli stessi valori, voglia di fare insieme – che ha competenze ed esperienze che dovremo capitalizzare. Se vogliamo che il cambiamento sia profondo e arrivi ai cittadini anche la classe dirigente deve essere rinnovata.

Cambiando però metodo, o se preferite, come insegnavano a me qui, tornando all’antico: non possiamo più permetterci di selezionare le classi dirigenti attraverso le correnti. Basta. Né di organizzare il partito stesso e il suo funzionamento attraverso le correnti. Né di fare le candidature per percentuali di correnti. Semplicemente perché il meccanismo, come abbiamo visto, non funziona: alla lunga non seleziona il merito ma la fedeltà, non produce unità e sintesi ma frammentazione, non porta consensi ma, anzi, ne fa perdere.

A me ha fatto una certa impressione – lo dico con rispetto – vedere tutti i dirigenti di primo piano del nostro partito candidati nei listini e mai nei collegi uninominali, dove i voti devi andarli a strappare uno a uno per vincere. Quello che fanno i sindaci quando si candidano nelle loro comunità. Anche in questa campagna elettorale io ho girato in lungo e in largo non solo l’Emilia-Romagna, ma l’Italia, facendo il possibile per andare ovunque ci fosse più bisogno.

Ma se ci vado a mettere la faccia io, che abito a Campogalliano, e poi scopro che il dirigente nazionale che abita in quel territorio si è fatto candidare in un listino di un’altra regione, secondo voi siamo più o meno credibili?

È un meccanismo che si è rotto, dobbiamo prenderne atto. Alla lunga non ha fatto vivere bene né il pluralismo interno – che invece è un valore fondante per una comunità come la nostra, se la vogliamo larga, per produrre elaborazione, contaminazione, apertura – né la selezione della classe dirigente, che è indispensabile.

Io non mi sono mai iscritto ad una corrente e lo voglio dire ai più giovani: si vive benissimo lo stesso, direi anche meglio. E si può lo stesso trovare lo spazio per fare cose importanti. Ma se guardo qui i nostri iscritti, i nostri sindaci, le donne e gli uomini che fanno politica con e nel PD potrebbero dirvi la stessa cosa. Ciascuno ha sempre votato la mozione che ha ritenuto più giusta e fatto battaglia per le proprie idee, ma la militanza è sempre stata una, quella per il partito. Credetemi, è anche l’unico modo per essere davvero una comunità. Altrimenti perché un volontario dovrebbe montare una Festa de l’Unita, lavorare nelle cucine, fare volantinaggio o partecipare a una manifestazione?

Non chiederò a nessuna corrente di sostenermi, né accetterò il sostegno di qualsivoglia corrente.

Rispondo invece positivamente all’appello di tanti e tante che dal territorio mi hanno scritto e chiamato per dirmi: “ti sostengo. Stefano io ti sostengo, ma non voglio che nessuna corrente o nessuno che parli a nome di altri faccia da intermediario”.

Per questo non dovrò neanche perdere tempo a negoziare le liste con questa o quella corrente, ma potremo valorizzare le persone per quello che valgono e non a nome di chi rispondono.

Queste cose ho voluto dirle prima qui a voi. Perché so così che non potrò fare il contrario neanche se fosse conveniente: me lo rinfaccereste subito, non ci sono alibi.

Mi sono anche tolto un peso, dopo settimane di sofferenza e di ragionamenti.

Adesso avanti. E’ venuto il momento di riprendere il cammino. In tanti e in tante. Forti dei nostri valori. Della nostra appartenenza. Della nostra capacità di innovare. E di costruire una società diversa, più giusta e di tutti.

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