LibertàEguale

Dagli Usa all’Europa all’Italia: ripartiamo dai nostri valori

di Alberto Colombelli

 

“Invece che sulle nostre politiche, riflettiamo sui nostri valori.” (Barack Obama, Remarks at Ralph Northam Rally, Richmond, Virginia, 19 ottobre 2017)

Queste sono le parole che hanno segnato la vera origine della svolta che ha permesso agli Stati Uniti d’America di ricostruire nell’ultima recente elezione presidenziale le condizioni necessarie per tenere accesa la speranza nel proprio e nel nostro futuro. Perché la vera differenza che si è potuta realizzare in questi mesi più che nei programmi politici è stata nella capacità di riaffermare e rilanciare valori e ideali ispirati alla democrazia, alla libertà e al rispetto. È la conferma che da lì, solo da lì, possono poi derivare scelte strategiche che indirizzano verso specifiche politiche che possano permettere il realizzarsi concreto di quei valori e di quegli ideali.

Come sempre tutto nasce dalla capacità di saper avviare un cammino, insieme, che per svilupparsi ha bisogno di quell’ispirazione che non può trarre origine da singoli provvedimenti ma necessariamente da una visione che sia all’altezza delle missione che si intende perseguire. Il motivo che Barack Obama molto bene conosce ce lo ha spiegato con efficacia un altro autorevole Presidente quale è stato Franklin Delano Roosevelt.

“La Presidenza non è solo una carica amministrativa. Quella è la parte minore. È più un lavoro di ingegneria, più o meno produttivo. È preminentemente luogo di leadership morale. Tutti i nostri grandi presidenti sono stati leader di pensiero in momenti in cui, nella vita della Nazione, certe idee storiche dovevano essere chiarite.” (Franklin Delano Roosevelt, 1932)

Essere leader di pensiero. Questo vale ha ogni livello ed è la vera essenza ispiratrice della Politica che sa davvero fare la differenza nella vita delle persone e nella Storia di intere generazioni. Come John Fitzgerald Kennedy ricordava richiede “coraggio, passione, visione e perseveranza” da esprimere con messaggi credibili e coerenti con il proprio modo di essere, dimostrando di vivere il proprio impegno con l’entusiasmo proprio di una vera missione collettiva, la più importante, la più bella.

“Mi sono reso conto di come la Politica corrisponde idealmente alla definizione greca di felicità: “Il pieno uso delle tue capacità seguendo linee di eccellenza in una vita guidata dal fine morale”.”(John Fitzgerald Kennedy, 1960)

Parole espresse prima della sua elezione a Presidente, che trovarono piena conferma e credibilità nel modo in cui si propose nel corso della sua campagna elettorale, come la gente inevitabilmente colse appieno. Partire da ideali e valori che mettano la gente al centro e ricollocare la Politica al suo servizio, con ispirazione e competenza, entusiasmo e voglia di fare, rimuovendo discriminazioni e indifferenza, è la chiave per cambiare davvero la prospettiva soprattutto nella percepita identità di istituzioni impegnate a ricostruire una propria credibilità, non poco frequentemente aggravata dalla dimostrata difficoltà nel saper prendere decisioni.

Perché c’è un altro tipo di violenza, più lenta ma altrettanto letale e distruttiva come lo sparo o la bomba nella notte. Ela violenza delle istituzioni, lindifferenza, linazione e la lenta decadenza. Questa è la violenza che affligge i poveri, che avvelena i rapporti tra gli uomini perché la loro pelle ha colori diversi. Si tratta della lenta morte di un bambino per fame, e di scuole senza libri e di case senza riscaldamento in inverno.” (Robert F. Kennedy, The Mindless Menace of Violence, Discorso al Cleveland City Club, Cleveland, Ohio, 5 aprile 1968)

A maggior ragione in questo nostro tempo, in cui di fronte a problemi globali c’è uno stretto filo conduttore che unisce comunità diverse, a latitudini molto distanti tra loro, il cui destino in questi ultimi tempi è parso segnato da una sensazione di profonda ingiustizia che riempie i loro cuori e le loro anime. Con un dolore da tempo soffocato nel silenzio di fronte a tragedie assolute, anche intimamente, che non ha più potuto permettersi di rimanere trattenuto ulteriormente. Non lo ha potuto fare quando oltre al dramma vissuto si è sentita una continua concreta ed effettiva mancanza di adeguata attenzione, di rispetto. Che è soprattutto stata percepita come incapacità di ascolto, inteso come volontà di capire l’esatta dimensione e portata di quanto si stava vivendo.

Tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta – famiglia, lavoro, istruzione, un luogo dove allevare i propri figli e dove trovare riposo – tutto dipende dalle decisioni del governo; tutto può essere spazzato via da un governo che non presta ascolto alle richieste della gente. Quindi lessenza stessa dellumanità può essere tutelata e protetta solamente laddove c’è un governo che deve rispondere non solo ai ricchi, non solo ai fedeli di una particolare religione o agli esponenti di una particolare razza ma a tutto il popolo.” (Robert F. Kennedy, Discorso presso lUniversità di Città del Capo, Città del Capo, Sudafrica, 6 Giugno 1966)

Politica è soprattutto incontro finalizzato a conoscere, approfondire, capire e leggere le questioni del proprio tempo, non per stare sui problemi ma per individuare soluzioni che migliorino le condizioni di vita delle persone, con il fine ultimo di provare a lasciare alle generazioni successive un mondo migliore rispetto a quello che si è ereditato. Quando questo viene ripetutamente negato, soprattutto di fronte a drammi come quelli che siamo stati chiamati a vivere, la fiducia si spezza e le reazioni sono inevitabili.

Lo sono state quelle dei cittadini americani che, di fronte alle dure immagini entrate il 25 maggio 2020 in tutte le loro case della tragedia di un proprio concittadino ucciso dalla violenza di chi dovrebbe invece mantenere l’ordine, non hanno più potuto trattenere la loro richiesta di riconoscimento dei propri diritti, producendo manifestazioni antirazziste in tutto il Paese come non si vedevano da anni e che hanno rappresentato la più decisa forma di rifiuto di un modello di società che veniva associato all’azione dell’amministrazione in carica.

Lo sono state quelle dei ragazzi di Hong Kong che si sono visti negare con sempre maggior decisione la propria libertà da posizioni sempre più autoritarie da parte di un Governo centrale che cavalcando la pandemia ha voluto anticipare i tempi di attuazione di un accordo rispetto alla sua naturale scadenza prevista nel 2047, revocando ogni ulteriore diritto che all’origine era concordato fosse loro riconosciuto.

Negli Stati Uniti la questione che ha dato definitivo slancio ad una campagna elettorale presidenziale in cui i valori hanno fatto la differenza è sempre quella che rappresenta il peccato originale della prima democrazia del mondo, come ha magistralmente rappresentato l’importante articolo “La conquista dell’America” di Nikole Hannah-Jones per The New York Times Magazine (uscito in Italia l11 ottobre 2019 nel numero 1328 di Internazionale e vincitore il 5 aprile 2020 del Premio Pulitzer nella categoria Commentary): “Gli Stati Uniti sono un paese fondato su un ideale e al tempo stesso su una menzogna. La dichiarazione dindipendenza dalla Corona britannica, ratificata il 4 luglio del 1776, afferma che tutti gli uomini sono creati uguali” e dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili”. Ma gli uomini bianchi che hanno scritto queste parole non credevano che valessero anche per le centinaia di migliaia di neri che allepoca costituivano un quinto della popolazione”.

Una questione tanto profonda che non riesce ad essere rimossa, al punto da essere costata l’estremo sacrificio a chi con coraggio, passione, visione e perseveranza ha cercato di affrontarla realizzando risultati che hanno segnato la Storia dei diritti civili come Abramo Lincoln (che abolì la schiavitù) e John Fitzgerald Kennedy (che promosse il Civil Rights Act), non a caso due dei quattro Presidenti in carica assassinati. Disse al proposito Andrew Young (politico e diplomatico statunitense, già attivista per i diritti civili con Martin Luther King e poi Sindaco di Atlanta, Georgia) in una famosa intervista rilasciata alla CBS nel 2013 in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del Presidente Kennedy: Il fatto che John F. Kennedy abbia abbracciato il concetto di diritti civili, non solo per gli Stati Uniti ma per il mondo, è il segno distintivo della sua eredità. Direi persino che sono state le sue attività con i diritti civili che hanno probabilmente portato alla sua morte. (…) Credo che i diritti civili fossero la questione più controversa a cui JFK si è dedicato. (…) Ci furono troppi decessi in quel periodo. E tutti avevano qualcosa a che fare con i diritti civili”.

E recentemente Jon Lee Anderson in una sua preziosa testimonianza nel suo articolo “La reazione al razzismo” pubblicato su The New Yorker il 18 giugno 2020 così si è espresso: La reazione al razzismo che ha avuto luogo in America dall’omicidio di George Floyd sembra un rinvio a lungo rimandato dellimportante resa dei conti che ha scosso la nazione, e poi è diminuita, più di mezzo secolo fa. (…) I miei genitori erano bianchi liberali della California. Parlavano spesso di Martin Luther King e della lotta per i diritti civili. Suppongo che stessero cercando di prepararci per il razzismo che esisteva nel nostro Paese. Ero uno dei cinque figli: tre di noi erano bianchi, uno asiatico, uno ispanico. Il razzismo non era solo un concetto disgustoso; era l’antitesi di chi eravamo come famiglia. Il discorso che Robert F. Kennedy tenne a Indianapolis poche ore dopo l’assassinio di King fece piangere i miei genitori. L’ultima volta che mi sono ricordato di averli visti così colpiti è stato a Taiwan, quando avevo sei anni, e John F. Kennedy era stato appena assassinato.”

Di fronte a tutto questo il senso delle proteste dei mesi precedenti alle elezioni presidenziali è sempre nel già citato articolo di Nikole Hannah-Jones per The New York Times Magazine, Premio Pulitzer 2020: La verità è che tutta la democrazia di cui il Paese gode è il frutto della resistenza dei neri. Probabilmente i nostri Padri fondatori non credevano veramente negli ideali che avevano sposato, ma i neri sì. Per dirla con il sociologo Joe R. Feagin: ‘Gli schiavi afroamericani sono stati i più grandi combattenti per la libertà che questo paese abbia mai prodotto’. Per generazioni, noi neri abbiamo dato a questo Paese una fiducia che non meritava. Abbiamo visto il peggio dellAmerica, eppure ancora crediamo nella sua parte migliore.” (…) E se finalmente, dopo quattrocento anni, lAmerica capisse che noi non siamo mai stati il problema ma la soluzione?”

È l’audacia della speranza che si è riproposta di fronte ad una situazione esplosiva che interessa tutto il Paese, in uno shock prodotto anche dal succedersi di due presidenze molto diverse tra loro. Come non mai. Passare da Obama (per quanto rappresentava la speranza che aveva generato) a Trump (per tutta la chiusura e la negazione che invece rappresenta) ha creato un nuovo corto circuito nella Storia americana. Al punto che nelle sue stesse memorie appena pubblicate “Obama giudica lascesa del suo successore come il risultato di una violenta reazione nazionalista alla sua presidenza e alla sua stessa presenza alla Casa Bianca” (Alessandro Maran, Libertà Eguale, 11 dicembre 2020).

Così la soluzione dettata da più parti, democratiche e non, è stata prima quella di offrire massimo supporto alle amministrazioni locali guidare da afroamericani, perché – come viene letteralmente detto – mancando un Bobby Kennedy” solo da lì si può contenere una protesta diffusa e determinata. Poi si è estesa anche al di fuori dagli stretti confini federali, diventando di interesse globale perché resta evidente che il futuro di quel Paese come sempre stava molto a cuore anche ad altre latitudini.

In un clima geopolitico estremamente rischioso, con potenze emergenti con mire dichiarate di egemonia mondiale fondate su violazione di stato di diritto e su sistemi illiberali, la nostra speranza non poteva che essere ancora una volta in unAmerica capace di recuperare la speranza nel progresso della sua democrazia.

A Hong Kong i ragazzi che da tempo manifestavano in difesa della libertà, lottavano e lottano tutt’ora per tutti noi. “Se noi bruciamo, voi brucerete con noi”, ci diceva già mesi fa Joshua Wong. Avvertendoci che Hong Kong è solo l’avamposto di un’offensiva della Cina che nel futuro prossimo potrà interessare anche altri Paesi, considerate le ambizioni manifestate, anche occidentali. La “Legge della Repubblica popolare cinese sulla salvaguardia della sicurezza nazionale nella regione amministrativa speciale di Hong Kong”, dopo la sua approvazione a fine giugno scorso, aveva suscitato critiche e timori da parte di sostenitori dei diritti umani e giuristi sul suo possibile utilizzo per reprimere il dissenso nei confronti del governo.

Ebbene, come già puntualmente evidenziato da Valigia Blu in un articolo del 13 agosto scorso, “gli arresti degli ultimi giorni confermano il suo uso come mezzo di repressione, ha detto Keith Richburg, direttore della scuola di giornalismo dell’Università di Hong Kong. Per Steven Butler, coordinatore del programma asiatico del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), l’arresto di Lai (Jimmy Lai, magnate dell’editoria e attivista sociale pro-democrazia che dalle ultime notizie rischia l’ergastolo) ‘conferma i peggiori timori che la legge per la sicurezza nazionale di Hong Kong sarà usata per sopprimere opinioni critiche pro-democrazia e per limitare la libertà di stampa’. Da quando è entrata in vigore la nuova legge, le autorità di Hong Kong hanno affermato il diritto di perseguire i critici all’estero, fatto irruzione in un istituto di sondaggi, arrestato ex membri di un gruppo a favore dell’indipendenza, escluso 12 candidati pro-democrazia dalle elezioni legislative, che poi sono state rinviate di un anno per la pandemia”.

L’avvertimento lanciato a livello internazionale non ha impedito che proprio a inizio dicembre si sia consumato il dramma dell’arresto dello stesso Joshua Wong, di Agnes Chow e di Ivan Lam, i tre più noti giovani attivisti per la democrazia a Hong Kong. Un fatto molto grave, attraverso cui la Cina è riuscita nella sua prova di forza, violando limpegno internazionale del 1997 che doveva garantire cinquantanni di autonomia allisola dopo la fine della dominazione britannica. Questo è successo perché oggi la Cina ritiene di avere la forza sufficiente per ignorare le proteste internazionali, per altro deboli. Come ha detto da tempo Joshua Wong, Hong Kong è solo lavamposto delloffensiva cinese verso laffermazione della sua egemonia illiberale, un rischio che interessa e riguarda tutti.

Questo accade nei due Paesi che si contendono il primato a livello mondiale.

Nel frattempo In Europa il 7 dicembre 2020 è stato adottato l’UE Global Human Rights Sanctions Regime.

Così l’Unione europea dichiara che “non è disposta a restare a guardare mentre vengono commessi gravi violazioni e abusi dei diritti umani. L’istituzione del regime globale di sanzioni sui diritti umani dell’UE (EUGHRSR) è un’iniziativa storica che sottolinea la determinazione dell’UE a rafforzare il proprio ruolo nell’affrontare gravi violazioni dei diritti umani e abusi in tutto il mondo. L’obiettivo principale del nuovo regime globale di sanzioni sui diritti umani dell’UE è consentire all’UE di difendere in modo più tangibile e diretto i diritti umani, uno dei valori fondamentali dell’UE e della sua politica estera. Il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani è alla base dell’azione esterna dell’UE. Atti come genocidio, crimini contro l’umanità, tortura, schiavitù, violenza sessuale e di genere, sparizioni forzate o traffico di esseri umani sono inaccettabili. Porre fine a queste violazioni e abusi dei diritti umani in tutto il mondo è una priorità fondamentale per l’UE.” (EEAS, European External Action Service, Question and Answers: EU Global Human Rights Sanctions Regime, 07/12/2020)

È un provvedimento fondamentale che muove in formale attuazione del concetto di Europa-potenza politica e democratica, di affermazione di una maggiore autonomia e indipendenza strategica europea, che si è trovato anche nella recente importante intervista de Le Grand Continent al Presidente francese Emmanuel Macron, nella quale così si è espresso alla domanda di quale sia il sogno, il grande progetto europeo:

“Vi dirò come le vedo io. È in atto una lotta positiva volta a fare dellEuropa la prima potenza educativa, sanitaria, digitale e verde. Queste sono le quattro grandi battaglie, che ci permetteranno di affrontare queste quattro grandi sfide. Da qui, il sogno di investire in maniera massiccia per riuscirci. (…) Ritengo che ci sia una seconda sfida: lEuropa deve riaccendere la fiaccola dei suoi valori. Questi valori vengono abbandonati ovunque. La lotta contro il terrorismo e lislamismo radicale è una lotta europea, una lotta per i valori. Ed è una lotta alla nostra altezza: credo che, in fondo, la lotta contemporanea sia contro la barbarie e loscurantismo. Questo è ciò che sta accadendo. Non è affatto uno scontro di civiltà, non mi riconosco per nulla in questa lettura delle cose.” (Emmanuel Macron, Le Grand Continent, 16 novembre 2020)

È chiaro che tutto questo non potrà che prodursi attraverso la concreta realizzazione di un’Europa più politica e più democratica, da realizzarsi mediante progressivi processi tra i quali l’adozione di liste transnazionali alle prossime elezioni europee appare sempre più fondamentale. Finché non ci sarà un’unica vera politica estera dell’Unione europea tutto risulterà sempre difficile nella direzione del sogno di un’Europa-potenza politica e democratica, con ogni Paese membro che si muoverà ancora spesso in modo autonomo sullo scenario internazionale in funzione del proprio diretto interesse strategico nazionale. Lo si è visto nei giorni immediatamente seguenti l’adozione dell’UE Global Human Rights Sanctions Regime anche nel comportamento dei Paesi europei che più stanno contribuendo al rilancio del progetto dei Padri fondatori, dal rapporto della Francia con l’Egitto a quello della Germania con la Turchia, nei quali la realpolitik ha continuato a prevalere in modo evidente.

E se questo avviene proprio nel momento in cui lUnione europea riesce a respingere il veto di Polonia e Ungheria sul Recovery Fund difendendo lo stato di diritto grazie ad uniniziativa di origine francese e tedesca, si rischia immediatamente di creare inevitabili smarrimento e preoccupazione in chi nel sogno di Europa-potenza politica e democratica profondamente crede confidando nell’azione, nella coerenza e nella credibilità dei suoi principali promotori, che tanto preziosi finora si sono dimostrati nel tener viva e rilanciare la loro speranza. Una responsabilità in più per questi protagonisti del nostro tempo.

Quanto all’Italia, questi sono i giorni in cui si hanno maggiori ufficiali conferme su quanto accaduto a Giulio Regeni. Ho sempre avuto pudore a parlarne, perché solo a pensare a quei fatti mi mette davvero tanta angoscia. Troppo grave quello che è successo. Ogni volta è soffrire con lui e per lui. Ma parlarne è giusto. Per lui e perché il mondo possa prendere una giusta strada.

I diritti e lumanità sono una cosa, la ragion di stato unaltra. In questo caso di Giulio Regeni, cittadino italiano rapito, torturato e ucciso al Cairo, nei pressi del ministero dellInterno, diritti umanità e ragion di stato coincidono.” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 11 dicembre 2020)

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