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Europa, la sfida di una politica transnazionale dopo la Brexit

di Alberto Colombelli

 

Primo febbraio 2020, “Brexit, l’ambizione masochistica più inutile nella storia del nostro paese, è fatta”. Così The Guardian titola l’editoriale di Ian McEwan e mi rimanda a due dichiarazioni che mi ero preziosamente annotato in non lontani appuntamenti ISPI.

La prima in occasione dell’incontro “Italia ed Europa: alta tensione” dell’11 ottobre 2018, quando Massimo Bordignon, membro dell’European Fiscal Board, evidenziò chiaramente come l’economia italiana fino all’inizio del 2018 stesse confermando dopo tanto tempo e ormai con una certa regolarità delle performance positive, e che di conseguenza dell’iniziativa dell’allora governo gialloverde di scontro aperto con l’Europa avviata non appena insediatosi con produzione di immediate tensioni e aumenti dello spread “non c’era bisogno”.

La seconda più recente nell’incontro “Iran-Usa: nuovi venti di guerra in Medio Oriente” del 9 gennaio 2020, quando Nicola Pedde, componente dell’Institute for Global Studies, in riferimento ai drammatici eventi prodottisi tra Usa e Iran ad inizio anno esordì dicendo che “credo che questa sia una crisi del tutto innecessaria”.

 

Una spirale autodistruttiva

C’è quindi un filo conduttore che si ripete condizionando il corso degli eventi e della storia, costringendo a continui ripiegamenti e aggiustamenti in corsa che sottraggono energie e speranze.

È come se si fosse guidati da una spirale autodistruttiva che sta pregiudicando un’epoca e il futuro di intere generazioni, di cui prendere definitiva consapevolezza e da interrompere quanto prima.

Per farlo serve necessariamente disporre di una capacità di lettura più ampia, che vada oltre i singoli eventi e gli stretti confini nazionali, che riesca finalmente ad offrire una visione che sia all’altezza della missione da perseguire, quella che non può che nascere da un’attenta e efficace valutazione del contesto internazionale di questo nostro tempo e che sappia con coraggio e competenza individuare ed indicare obiettivi strategici che aprano ad una diversa nuova stagione.

Per quanto ci riguarda quello che non possiamo senz’altro permetterci è di restare spettatori inermi di fronte ad un’Europa che appare sempre più piccola e inadeguata di fronte alle impetuose dinamiche che portano a quello scontro di civiltà che è stato da lungo tempo evocato e che ora appare in tutta la sua drammaticità.

Perché gli spazi che si sono guadagnati e che stanno sempre più conquistando alcune potenze che escono dai nostri tradizionali perimetri di riferimento sono sempre più ampi e vicini a noi, proprio anche in termini di presenza fisica.

L’evoluzione della crisi libica ha portato non lontano dai nostri confini Russia e Turchia come forze dominanti che ormai hanno fissato un loro nuovo obiettivo di espansione strategica che va ben oltre l’affermazione di un’egemonia regionale. Insieme all’Iran sono sempre loro i principali attori della crisi siriana. E la Cina sta allargando sempre più il suo perimetro d’azione al punto che ormai si parla di una nuova Guerra Fredda di quella tra loro e gli Stati Uniti d’America, di cui la competizione commerciale è solo una conseguenza di timori e tensioni di carattere politico di ben più ampia portata.

 

Un’Europa più politica e più democratica appare urgente

Così l’esigenza da tanto espressa di un’Europa più politica e più democratica appare quanto mai necessario ed urgente, sicuramente non più rinviabile.

L’uscita della Gran Bretagna rappresenta un monito a cui non si può assistere e registrare da semplici spettatori. È un evento di una portata storica di grande rilevanza da considerare come tale con tutta la necessaria consapevolezza.

Perché è il primo paese che esce dall’Unione europea nel corso della sua intera storia e non deve rappresentare un punto di partenza per un non ritorno.

L’Europa ha sempre rappresentato pace e democrazia, e l’uscita della Gran Bretagna avviene proprio nel momento in cui nel mondo si è aperto sempre più un confronto all’ultimo respiro tra democrazie e sistemi autoritari. Un confronto impari che vede le democrazie progressivamente soccombere perché si presentano di fronte all’opinione pubblica sempre più incapaci di offrire le immediate risposte che chi governa con autorità sa offrire.

Paolo Magri, Direttore dell’ISPI, ricordava in un recente incontro in Assolombarda come in Europa il tempo medio di costruzione di un governo sia di sette mesi e la loro durata media di due anni e poco più. Per l’Italia il dato è ancora più gravoso, e ricordo come in occasione della campagna referendaria di riforma costituzionale del 2016 si sottolineava come in settant’anni ci fossero stati ben sessantatre governi. Al contrario le potenze sempre più emergenti oggi nel nuovo ordine globale hanno leader che detengono incontrastati il potere per interi decenni, se non addirittura a vita anche attraverso recenti forti modifiche alla loro Costituzione.

 

Lo stato delle democrazie

Tutta la drammaticità del momento ce la ricordano importanti ricerche come quella annuale de The Economist Intelligence Unit sullo stato delle democrazie nel mondo. La dodicesima edizione appena diffusa del suo Democracy Index rileva che il punteggio globale medio è peggiorato, scendendo da 5,48 nel 2018 a 5,44 nel 2019, il peggiore in assoluto da quando l’indice è stato calcolato nel 2006. Quello che è ancora più grave è la posizione sempre più rilevante assunta nella loro influenza nei contesti globali da paesi che occupano una scala molto bassa all’interno di questa classifica, dove tanto per intenderci la Cina occupa il 153^ posto su 167 paesi (ultima in graduatoria è la Corea del Nord).

Già nel mio “La stagione delle scelte” (Sestante edizioni, luglio 2012) scrissi che “compiuto il trasferimento della ricchezza economica, ora è il tempo anche dell’inevitabile passaggio successivo, francamente quello che deve preoccupare ancora di più. A livello globale il modello di riferimento culturale – quello che condiziona anche le regole a livello sociale – è sempre stato dettato da chi detiene il potere economico. A lungo si sono sostenuti accesi dibattiti sul modello americano, sui suoi limiti, le sue incoerenze e i suoi difetti, ma ciò non impediva di riconoscere che comunque si stava parlando non solo del più grande sistema economico ma anche della più importante democrazia del Mondo. Ora il potere economico è passato nelle mani di paesi di recente industrializzazione e ancora in via di sviluppo, prima tra tutti la Cina e da lì vengono già – e lo sarà sempre di più in futuro – i nuovi modelli culturali e soprattutto sociali di riferimento a livello mondiale. Peccato che stiamo parlando di un Paese in testa ad ogni classifica per mancato rispetto dei diritti umani, della dignità delle persone, della trasparenza e delle libertà civili. È chiaro che è il momento di reagire, di trovare nuove soluzioni, non possiamo accettare passivamente questo evolversi della situazione e della società”.

In questo contesto, quali risposte? Due immediate su tutte.

Innanzitutto, la prima è quella di autorevoli pubblicazioni che ci pongono un monito contro la tentazione di rispondere alimentando posizioni sempre più radicali. In particolare lo fanno Thomas Carothers e Andrew O’Donohue nel loro “Democracies Divided. The Global Challenge of Political Polarization” (Brookings Institution Press, settembre 2019), nel quale evidenziano che, come parte della recessione democratica globale, la grave polarizzazione politica sta affliggendo sempre più allo stesso modo tanto le democrazie vecchie quanto quelle nuove, producendo l’erosione delle norme democratiche e la crescente rabbia sociale.

Poi, la seconda è la forza di non limitarsi a coltivare le proprie competenze ma di andare invece oltre ogni limite ideologico e di opportunistico posizionamento politico, aprendo sfide da troppo tempo nel cassetto per realizzare pienamente quello di cui è necessario.

È una stagione che offre la possibilità di farlo, anzi che lo richiede proprio, uscendo dagli schemi per realizzare finalmente quello che è giusto. Chi ha una propria visione del mondo, non ideologica ma maturata e consolidata da esperienze e competenze, deve fare di tutto per realizzarla senza lasciarsi imbrigliare da continui veti e limiti di chi si guarda sempre e solo ossessivamente intorno e non è capace di guardare con coraggio avanti.

 

Il contributo di Gozi alle liste europee transnazionali

Così proprio lo stesso primo febbraio 2020 in cui si è definitivamente consumata la Brexit ci ha offerto un prezioso esempio, peraltro strettamente legato proprio a quella dimensione di Europa che tanto ritengo necessaria e tanto mi prefiggo si debba cercare di realizzare.

L’ingresso di Sandro Gozi al Parlamento europeo quale eletto nella lista transnazionale Renaissance, da lui cercata e voluta sin da quando l’allora euorparlamentare Marco Pannella le presentò come soluzione per avviare il processo verso un’Europa più politica e più democratica, costituisce un fatto storico di grande portata. Se l’è guadagnato giorno per giorno, sin da quando a fine giugno 2016, a pochi giorni dal referendum, propose di sostituire i 73 seggi britannici al Parlamento europeo con nuovi eletti in liste transnazionali. La sua proposta non trovò poi la maggioranza necessaria al Parlamento europeo, ma venne con convinzione adottata da Emmanuel Macron che si fece con lui pioniere di questa iniziativa.

Sandro Gozi mi ha guidato a conoscerla, mi ha saputo ispirare a promuoverla, tra i miei articoli per Libertà Uguale trovate un’ampia produzione in argomento. Ed ho provato a realizzarla anche in Italia sostenendo qui l’analoga candidatura di Caterina Avanza. Oggi inevitabilmente questo risultato mi riempie di soddisfazione. Perché è il punto di partenza di cui avevamo bisogno, che rialimenta la speranza di poter concretamente contribuire a cambiare lo status quo ed invertire la tendenza riaffermando il ruolo centrale della democrazia liberale europea contro l’avanzare degli autoritarismi, ad incondizionata e assoluta difesa dello stato di diritto.

È la riprova che il cambiamento come sempre non può che partire e dipendere da ciascuno di noi. Un europarlamentare eletto in una lista transnazionale è la risposta che ci dice che possiamo osare, che possiamo alzare l’asticella fino a dove Emmanuel Macron l’ha fissata nel suo Discorso alla Sorbona del 26 settembre 2017. Quando disse che alle elezioni europee del 2024 la metà dei parlamentari europei dovranno essere eletti in liste transnazionali, per aprire la strada ad una politica europea condotta da veri partiti di dimensione europea e non da semplici confederazioni di quelli nazionali, Quello deve essere il nostro obiettivo e per quello continueremo ad impegnarci. Insieme. Perché nel disegno di Europa federale che abbiamo ereditato da Altiero Spinelli l’orizzonte è quello di un suo governo espressione di una politica transnazionale. Ed è sempre più attuale.

Di questo ci dovremo occupare nella ormai imminente Conferenza sul futuro dell’Europa, che ci aspetta da protagonisti. Cercherò di viverla così, non perdiamo l’occasione di esserlo, tutti insieme.

Nel frattempo c’è chi sicuramente ha saputo cogliere davvero la duplice portata storica di questo primo febbraio 2020. Dicendocelo chiaramente, riaffermando il nostro orizzonte.

“Dietro ogni nuvola c’è un lato positivo, questo è il caso di Brexit e di Sandro Gozi – ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei in Italia e ora membro del Parlamento europeo eletto in Francia. La personificazione della politica transnazionale, la via da seguire per costruire un’Europa veramente progressista e orientata al futuro.” (Tony Blair)

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