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Germania, che cosa possiamo aspettarci dalla “coalizione semaforo”?

di Vittorio Ferla

 

“Nel 1924 sulla Potsdamer Platz di Berlino fu eretto il primo semaforo al mondo. Era considerata una tecnologia insolita e la gente chiedeva: può funzionare? Ma ora non possiamo immaginare la vita senza semafori: ci aiutano ad arrivare dove vogliamo in modo veloce e sicuro”. Olaf Scholz, l’uomo che riceverà l’incarico di guidare il nuovo governo tedesco rosso-giallo-verde, ha tirato fuori questo aneddoto qualche giorno fa per spiegare il suo obiettivo: rendere “pionieristica” per la Germania la nascitura coalizione “semaforo”, proprio come fu il semaforo alla sua prima apparizione. Dopo due mesi di intense trattative per definire il programma e gli incarichi, Spd, Verdi e Liberali hanno stretto l’accordo per formare il nuovo governo la settimana scorsa.

Scholz sarà il nuovo cancelliere, raccogliendo l’eredità della Merkel, ma spostandola un po’ più a sinistra. Annalena Baerbock dei Verdi sembra destinata a ricoprire la casella degli Esteri: sarebbe la prima donna nel ruolo. A Robert Habeck, suo partner come co-leader degli ambientalisti, dovrebbe toccare un innovativo incarico da “super ministro” che lega il ministero dell’economia a obiettivi di protezione ambientale (qualcosa che assomiglia al ruolo del nostro ministro Cingolani). Christian Lindner, leader del Fdp, diventerà con molta probabilità il nuovo ministro delle finanze. Il socialdemocratico Hubertus Heil sarà probabilmente l’unico ministro del vecchio governo di “grande coalizione” a mantenere il suo incarico di ministro del lavoro.

C’è molta attesa adesso nelle altre cancellerie europee per capire quali saranno gli indirizzi del nuovo governo, specie in economia. La coalizione semaforo dovrà conciliare punti di vista molto diversi, infatti, ma la distribuzione dei compiti sembra già chiara. Ai socialdemocratici il compito di aumentare le tutele sociali, ai Grünen quello di garantire la transizione ecologica e ai liberali il compito di impedire l’aumento delle tasse nazionali e di garantire regole europee stringenti sulla stabilità del mercato comune.

Sul piano delle politiche sociali, l’accordo di coalizione prevede tra le misure più importanti l’aumento del salario minimo a 12 euro l’ora (oggi è fermo a 9,60). Una mossa che potrebbe aumentare il reddito di quasi 2 milioni di persone in Germania (pari a circa il 5% dei lavoratori). Il governo uscente aveva già fissato un aumento del salario minimo a 10,45 euro entro luglio 2022. Il testo dell’accordo di coalizione non indica una data precisa per l’entrata in vigore di questo nuovo aumento, ma le reazioni non si sono fatte attendere. Da Francoforte Felix Huefner, capo economista della banca di investimenti Ubs avverte che se la misura “favorirà la crescita salariale complessiva” in tutta l’economia tedesca, potrebbe però “contribuire a pressioni salariali più vaste”. La Banca centrale tedesca, con una iniziativa insolita, ha definito la misura “preoccupante” per il potenziale effetto a catena che potrebbe provocare: è noto, infatti, che l’aumento dei salari è una componente chiave dell’inflazione. In Germania, l’inflazione si è attestata al 4,5% nel mese di ottobre: è la misura più alta degli ultimi trent’anni, scatenata dall’aumento dei prezzi dell’energia e del costo dei prodotti alimentari.

Sulla necessità di aumentare i salari minimi la Germania sarà comunque in linea con gli orientamenti dell’Unione europea. La Commissione Von der Leyen ha rilevato che, tra il 2000 e il 2015, la percentuale di lavoratori comunitari coperti da accordi collettivi di contrattazione è calata, soprattutto nell’Europa centrale e orientale. E all’inizio di novembre ha annunciato la predisposizione di nuove norme europee volte a rafforzare i salari minimi in tutti i paesi membri. Proprio la Germania ha introdotto per la prima volta un salario minimo nazionale di 8,50 euro nel 2015, già tra i più alti dell’Unione europea. Per quanto riguarda le altre misure di welfare, l’accordo rosso-giallo-verde prevede la costruzione di 400 mila nuove case – un quarto delle quali sovvenzionato con risorse pubbliche – per affrontare la crescente crisi abitativa che l’accordo definisce “la questione sociale della nostra epoca”. Previste anche una polizza assicurativa per i bambini per contrastare la crescente povertà infantile e un sussidio per coprire le spese di riscaldamento delle famiglie a basso reddito.

Il governo di Olaf Scholz sarà anche il primo governo tedesco a mettere in cima alla sua agenda la lotta all’emergenza climatica, una priorità che appare trasversale a ciascuno dei ministeri. La Germania vuol diventare climaticamente neutra entro il 2045. A questo scopo, i tre partiti hanno concordato un impegno per eliminare gradualmente il carbone entro il 2030 (otto anni prima di quanto previsto dal governo uscente), vietare i motori a combustione (almeno in linea di principio) e porre fine alla produzione di energia a gas entro il 2040. L’accordo di programma prevede di ampliare notevolmente le energie rinnovabili fino a coprire l’80% di tutto il fabbisogno energetico entro il 2030. Le caldaie a gas saranno vietate nei nuovi edifici e in quelle esistenti saranno sostituite entro il 2030.

Nei precedenti governi tedeschi i ministeri dell’ambiente e dell’economia hanno spesso spinto in direzioni opposte. Questa volta, dopo aver ottenuto un nuovo superministero che mette insieme economia, clima, energia e ambiente, il partito dei Verdi sembra avere tutti gli strumenti necessari per plasmare in modo univoco l’agenda ambientale tedesca. 

Un ruolo molto pesante sul capitolo economia – sia sul fronte interno che su quello europeo – l’avrà però l’Fdp, il partito dei liberali. Basti pensare che la reintroduzione di una tassa sul patrimonio – richiesta dai socialdemocratici e dai verdi nei loro manifesti elettorali – non è sopravvissuta ai colloqui di coalizione. È molto probabile che il nuovo ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, contrario all’aumento del debito pubblico, tirerà il freno a mano ogni volta che gli altri due partner della coalizione cercheranno di rilanciare nuovi piani di spesa. Lindner ha ripetutamente escluso aumenti delle tasse e il coro degli analisti prevede che le sue preferenze plasmeranno la politica monetaria del nuovo governo ben più di quelle dei Verdi. Un segnale in questo senso arriva anche da Scholz che, per tranquillizzare l’alleato e una parte dell’elettorato, ha assicurato che le regole sul debito non sarebbero state allentate.

A dire il vero, nessuno dei partiti che formeranno il nuovo governo ha promesso un cambiamento radicale della posizione della Germania sull’Europa. Tuttavia resta Lindner lo spauracchio più forte dei paesi dell’Europa meridionale. Questi ultimi temono infatti che il futuro ministro delle finanze tedesco possa tentare di riportare l’economia più potente del continente sulle posizioni di austerità e di conservatorismo fiscale degli anni pre-pandemia. Un messaggio ben diverso è arrivato nei giorni scorsi dalla firma del Trattato del Quirinale tra Italia e Francia. In quella sede, il premier italiano Mario Draghi aveva spiegato: “Le regole di bilancio in vigore fino a prima della pandemia avevano dimostrato la loro insufficienza da quando è cominciata la crisi finanziaria. Erano regole procicliche: aggravavano il problema invece di aiutare i paesi a risolverlo. Quindi una loro revisione era necessaria”. Ma per Draghi questa fase economica non è ancora finita. “Oggi questa revisione è inevitabile, non solo per gli altissimi costi che la pandemia ha prodotto. Il messaggio è che senza un forte sostegno dello Stato non saremmo passati attraverso la pandemia”, ha avvertito. Ecco perché, insieme con Emmanuel Macron, l’obiettivo di Draghi è quello di rendere permanente l’espansione della politica fiscale comune realizzata con il Next Generation EU. La sfida di Francia e Italia è lanciata, insomma. Ma l’accordo firmato dalla coalizione semaforo sembra andare nella direzione opposta. Vi si legge infatti che “finanze solide e l’uso frugale del denaro dei contribuenti sono i principi delle nostre politiche finanziarie e di bilancio” e che la Germania deve essere all’altezza del suo ruolo di “ancora della stabilità” dell’Europa. Insomma, tra Italia e Germania, sul bilancio dell’Unione, ne vedremo delle belle. Nulla di nuovo per Draghi, che già superò le remore tedesche quando era a capo della Bce.

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