LibertàEguale

Gli errori da evitare dopo il voto in Emilia Romagna

di Elisabetta Gualmini

 

La propensione a navigare a vista, ad acconciare la linea politica a seconda dell’ultimo accadimento disponibile, senza una chiara visione di lungo periodo (e quindi senza una identità) è ormai la cifra dominante delle forze politiche, nell’ambito di una sempre maggiore fragilità degli assetti democratici e di una crescente volatilità degli elettorati. I partiti politici oscillano tra proposte diverse e last minute, offrono menu estemporanei per agguantare gli ultimi brandelli di consenso rimasti sulla piazza e ingoiano leader uno dopo l’altro, aumentando la confusione generale. Il Movimento 5 Stelle è stato l’interprete migliore di questa trasversalità usa-e-getta; dire tutto e il contrario di tutto ha pagato per raggranellare voti da destra a sinistra e per rendere più forte e rumorosa la protesta anti-sistema.

 

Serve una visione politica chiara

Si sono visti però i risultati nel passaggio dal vaffa alla responsabilità di governo. Una straordinaria incapacità di reggere il timone, con giravolte continue sulla linea politica e salti carpiati per salvare la faccia (e un elettorato, va da sé, sempre più striminzito).

C’è da chiedersi se il Pd, di fronte all’occasione di poter recuperare i consensi in uscita di un M5S in rarefazione, sia in grado di proporre una visione politica chiara e identificabile, una strategia appassionata e coraggiosa, che vada oltre gli accomodamenti tra correnti e capibastone, per tenere in piedi, a tutti i costi, un governo che francamente non appassiona.

L’entusiasmo seguito alla vittoria del Pd in Emilia-Romagna e il dibattito sulla esportabilità urbi et orbi del “modello Bonaccini” (di cui mi onoro di aver fatto parte) confermano l’inclinazione a sterzare sulla base dell’ultimo evento di cronaca (politica). E’ il caso allora di evitare alcuni errori.

 

La destra in Emilia Romagna è sempre più forte. E anche nel Paese

Primo. Nonostante la straordinaria performance di Stefano Bonaccini, la destra in Emilia-Romagna è sempre più forte. La coalizione di centro-destra è arrivata al 44%; la regione non solo non è più contendibile (da 20 anni), ma è intrisa di domande di sicurezza a cui non siamo stati in grado di rispondere. Queste richieste di protezione (da una sanità ancora più di prossimità a servizi di assistenza domiciliare ancora più presenti per una popolazione sempre più vecchia, a proposte di lavoro di qualità per i giovani) sono ancora inevase. L’abbiamo sfangata perché avevamo un candidato credibile e autorevole, forte dei risultati da lui stesso ottenuti in regione. Nelle altre regioni non è stato così, non sarà così. La destra è fortissima nel paese. Il fatto di “tenere” non è sufficiente.

 

Aprire al ‘civismo’ e spostarsi a sinistra? Non ha senso

Da qui il secondo macroscopico errore. Rispondere alla radicalizzazione imposta dalla destra di Salvini con lo spostamento (a tutto gas) a sinistra. Più prevale il cattivismo, più si rincara la dose col buonismo. Senza parole nuove. E così sui migranti invece di spiegare, in maniera diversa, che il vero problema sono le maree di giovani che escono dal nostro paese, si cristallizza il dibattito su porti chiusi e porti aperti (che non sarà mai vincente). Sulla partecipazione si pensa di “aprire al civismo” incorporando magari come ennesima corrente i ragazzi delle Sardine. Ma cosa vuol dire su base nazionale aprire al civismo? Lasciamo le manifestazioni spontanee di piazza spingere e pungolare la politica, trasformandone l’agenda. Sarebbe già tanto. E chi vorrà entrare nella competizione politica, lo farà. Sulla paura di perdere il lavoro o il “proprio” welfare con una misura passiva e assistenziale come l’attuale reddito di cittadinanza, senza un’enorme opera di educazione sulle innovazioni tecnologiche e digitali che stanno trasformando il pianeta, con il coraggio di dire che ci saranno effetti anche positivi. Ci manca poi che diventiamo iper-giustizialisti e la radicalizzazione è servita.

 

Il Pd è una casa grande e plurale, non un partito minoritario

Terzo errore. Pensare che il Pd sia o quello di Leu e di Articolo 1 oppure quello dei cd. “riformisti”. Bisogna farsene una ragione, il Pd è tutte e due le cose; la sua anima è quella. Tener dentro alla stessa casa, grande e plurale, sia un’ala radicale che spinga su diritti e uguaglianza, sia un’area progressista. L’idea di rifugiarsi in un sistema proporzionale che faccia del Pd un partito minoritario di volta in volta alleato con micro-partitini in alleanze-monstre ci renderà ancora di più ostaggio del breve periodo e dei micro-posizionamenti dei vecchi capi-bastone. Se, come pare, ci sarà un Congresso, la scelta è molto chiara. Partito largo e plurale contro un partitino tascabile e, quindi, ricattabile; accelerazione su redistribuzione sociale legata a potenti innovazioni tecnologiche, contro il solito racconto di una partecipazione larga e dal basso, di un volemose bene senza contenuti, con ammiccamenti a una sinistra settaria e fortemente ideologica, sebbene imbellettata qua e là da qualche sardina.

 

(Pubblicato su Huffington Post il 3 febbraio 2020)

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