LibertàEguale

Guerra, pace, nonviolenza: le risorse della creatività

di Danilo Di Matteo

 

Ero un ragazzino quando Giovanni Negri, allora segretario del Partito radicale, proponeva, in alternativa al riarmo, di inondare i Paesi d’oltre cortina di segnali radio: messaggi sulla libertà e la democrazia.

Ecco, oggi, al contrario, nessuno sembra scorgere la necessità della fantasia. Come se tutti avessero smarrito o dissipato le risorse della creatività.

Dinanzi all’invasione russa dell’Ucraina, da una parte si evoca la legittima difesa armata e, dunque, si considera il ricorso alle armi come l’unica possibilità per resistere, con i rischi non trascurabili di estensione del conflitto e di escalation. Dall’altra si ripete: pace, pace, pace. Come se, per incanto, con questa parola si esorcizzasse il problema, con la sua tragicità. Pare di assistere davvero, insomma, all’impotenza della politica, alla sua resa. La via militare, infatti, difficilmente, oggi, può essere concepita come una sorta di prolungamento della politica con altri mezzi. Più che al cospetto della forza, siamo dinanzi a tante debolezze: la Russia di Putin si muove come un animale ferito e rabbioso, l’Ucraina aggredita chiede sostegno militare, la strada delle sanzioni è a sua volta impervia, la soluzione diplomatica è più che mai vincolata a un labirinto di bizantinismi (è proprio il caso di chiamarli così).

Cosa può suggerirci quel repertorio formidabile di possibilità che è la storia? Vi è, ad esempio, la lotta nonviolenta (la “violenza nonviolenta”, mi verrebbe da definirla) guidata dal Mahatma Gandhi, vi è quella degli afroamericani di Martin Luther King. E in Aldo Capitini l’aspirazione alla pace si coniugava con le possibilità, appunto, della nonviolenza.

Facile cogliere i limiti di quelle esperienze, di quei tentativi. Essi esprimevano uno sforzo, una tensione, una ricerca. Ma cos’è l’impotenza se non la rinuncia, il cedimento, la convinzione che non vi siano possibilità? Spesso, quando si parla della politica come dell’arte del possibile, si allude alla necessità di non farsi illusioni, di tenere i piedi saldamente poggiati sulla terra, di non smarrire il principio di realtà. Vero. L’arte del possibile, tuttavia, è anche la capacità di cercare alternative quando tutte le porte paiono chiuse, di esplorare percorsi non battuti in precedenza, di considerare e soppesare fattori ignorati dai più. E di questo oggi non colgo traccia.

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