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Il governo Draghi e la nuova fase politica: il nuovo PD che serve

di Luciano Fasano* e Paolo Segatti**

 

Il governo Draghi si colloca in un momento di grave crisi del paese. Il futuro della nazione è messo seriamente in crisi da una serie di shock esogeni che si sono abbattuti su un paese fragile. Eppure come sempre anche questa volta esistono opportunità che vanno colte, in particolare dalle forze riformiste. Per coglierle tuttavia, è necessario partire da una analisi della situazione data. La sensazione è che su quanto è accaduto in questi anni e quindi sulle ragioni per le quali siamo in questa situazione la discussione latiti o sia reticente. Crediamo sia invece utile parlarne apertamente, con spirito di verità o almeno di sincerità, come ha invitato a fare Enrico Letta.

In particolare, vorremmo parlare dei caratteri della situazione politica che si è venuta a creare con la formazione del governo Draghi e del ruolo del Pd e dei limiti che ha avuto, a nostro avviso, la discussione al suo interno sin dalla sconfitta del 2018 ad oggi.

Ha ragione Letta quando dice che l’agenda del Governo Draghi è l’agenda del Pd. Si tratta di un riconoscimento che sinora sembrava difficile affermare. Ma proprio per questa ragione è opportuno chiedersi in che senso l’agenda del governo Draghi sia anche l’agenda del Pd. 
Il governo Draghi non è un governo tecnico (non esistono governi tecnici). È un governo di iniziativa “presidenziale” per realizzare due mandati: la vaccinazione di massa e la stesura del PNRR entro i tempi definiti dalla Commissione. È un governo che NON si può basare su una definita formula politica perché gli obiettivi che vuole realizzare non sono divisivi. Non lo sono perché non riflettono visioni contrapposte della società in cui vorremmo vivere né impongono di scegliere tra strade diverse per raggiungerli.

C’è qualcuno che pensa davvero che l’obiettivo di vaccinare nel più breve tempo possibile il maggior numero di Italiani e riuscire a portare a casa la maggiore quantità delle risorse promesse, rispettando i tempi, le modalità e i vincoli richiesti ex ante dalla Commissione rifletta opposte visioni dell’Italia di domani? Inoltre il governo Draghi si è posto anche l’obiettivo di consolidare la collocazione europea ed atlantica del paese, trovando il consenso di una larghissima maggioranza, come sarebbe ovvio in un paese normale. E come tuttavia non si poteva dare per scontato fino all’insediamento del nuovo esecutivo, vista la diffusa presenza di posizioni euroscettiche e gli incerti indirizzi di politica estera e internazionale che, nel frammentato panorama politico italiano, si ritrovavano in diversi partiti.

Quindi l’agenda del Governo Draghi è l’agenda del Pd nel senso che è anche l’agenda di tutti partiti che lo sostengono. D’altra parte, come è ovvio che sia in una democrazia, l’agenda del Pd ha un orizzonte più vasto di quello di un governo sostenuto da una stragrande maggioranza del parlamento. La normale dialettica democratica non è cancellata per sempre. Il governo Draghi è dunque un governo di unità nazionale, il cui obiettivo è produrre uno sforzo che sia chiaramente percepibile dagli italiani come una chiamata alla mobilitazione generale. Questo è stato il senso dell’appello del presidente Mattarella, di fronte a quello che è accaduto dallo scoppio della pandemia in poi e rispetto all’incapacità delle forze politiche di dare vita autonomamente un governo fondato su una maggioranza politica che fosse in grado di assolvere alle inderogabili priorità economiche e sanitarie del momento. Un appello che ha decretato chiaramente che un governo Conte Ter, anche qualora avesse trovato una maggioranza in Parlamento, non avrebbe potuto essere capace di assolvere questi compiti, qualunque fosse il giudizio sul Conte Bis. Al tempo stesso, la formazione del governo Draghi mette a nudo lo stato di crisi istituzionale e politica in cui versa il nostro paese da tempo.

Crisi istituzionale

Ancora una volta i partiti hanno mostrato tutta la loro incapacità di essere ciò che dovrebbero essere in democrazia, attori in grado di decidere in autonomia in una situazione data quello che è meglio per il paese e per gli elettori che li hanno votati. Invece non sono stati in grado di farlo da soli. Ancora una volta alla loro incapacità ha sopperito l’iniziativa presidenziale. Come dieci anni fa. Anche allora a uomini e donne espressi da apparati non politici venne chiesto di determinare la politica nazionale al posto di chi aveva ottenuto un mandato rappresentativo. Un segno di grave debolezza della politica nel difendere la propria area di competenza. Stavolta della debolezza della politica non possono più essere accusati i vincoli posti da soggetti esterni. Semmai tale debolezza va attribuita al fatto che la politica si è mostrata incapace di produrre decisioni adeguate all’urgenza di uscire dalla pandemia e di spendere bene risorse straordinariamente disponibili.

Una volta i governi incontravano difficoltà a prendere decisioni strategiche per il paese perché impediti dal potere di veto esercitato nei loro confronti da partiti forti. Ora la debolezza del governo alimenta la debolezza dei partiti e viceversa. Il dettato costituzionale secondo il quale i partiti concorrono a determinare la politica nazionale è diventato solo un auspicio. Ciò corrisponde anche a quel che pensa un gran numero di italiani, da molto tempo. Molti di loro ne traggono le conseguenze concludendo che vorrebbero un uomo forte solo al comando. Preoccuparsi di queste opinioni è giusto. Ma sarebbe utile prendersi cura anche delle cause di questo tipo di orientamenti. La natura del governo Draghi dovrebbe consentire di affrontare anche questo problema, che pure è nell’agenda oltre che nell’interesse di molti dei partiti che sostengono l’esecutivo.

Crisi politica

Si dice che il governo Draghi abbia prodotto scosse telluriche cha hanno investito tutti i partiti, costringendoli a mutamenti repentini di linea su temi fondamentali quali le alleanze internazionali e l’Europa e la stessa concezione della democrazia. Ma questa rischia di essere una lettura superficiale. Il governo Draghi ha invece fatto emergere linee di divisione presenti in tutti i partiti. Non ne è stata la causa. Il problema semmai era che tali differenze non emergevano perché mancavano iniziative politiche adeguate. Tutto ciò ha impedito una difficile ma non impossibile ristrutturazione dello spazio di competizione tra le forze politiche. La retorica secondo la quale non c’erano alternative al governo Conte bis è stata una giustificazione dell’esistenza in vita di quell’esecutivo più che una analisi della situazione e della sua possibile evoluzione.

Vi sono due considerazioni da fare al riguardo. 
La prima è che, nonostante tutto e scontati vari opportunismi, la dinamica emersa suggerisce che il sistema politico potrebbe evolvere in una competizione tra partiti che non si dividono su temi sui quali in una democrazia matura tutti dovrebbero essere d’accordo, come la posizione internazionale del paese o l’ovvia preferenza per la democrazia rappresentativa. Se questo processo si consolidasse non scomparirebbe affatto la divisione tra sinistra e destra. Potrebbe accadere invece, come in altri momenti della storia secolare di queste categorie, che esse acquisiscano contenuti nuovi. Ad esempio, una divisione tra una visione sociale dell’Europa e una più ordo-liberista. Nel contempo perderebbero rilevanza temi che in questi anni hanno complicato le linee di divisione dello spazio politico, offrendo a imprenditori politici l’opportunità di raccogliere consensi sviluppando una competizione lungo dimensioni trasversali a sinistra e destra. Molto dipenderà dalla capacità delle diverse leadership di liberarsi della afasia progettuale di cui soffrono da anni.

La seconda considerazione è che la ristrutturazione del sistema può produrre una ulteriore frammentazione delle forze politiche se non accompagnata da una riforma elettorale di tipo maggioritario. Non nel discorso di candidatura, ma successivamente Enrico Letta ha risposto positivamente alla domanda di bipolarismo che rimane tra gli elettori italiani di qualunque orientamento. Certamente non si tratterà di una riflessione semplice, ma non dovrebbe nemmeno risultare del tutto impossibile qualora le forze con maggiore visione strategica saranno in grado di creare le condizioni necessarie a promuoverla.

Riconoscere che il governo Draghi si colloca in un contesto di crisi sistemica che investe la funzione stessa dei partiti e nel contempo ne ridisegna lo spazio potenziale di competizione non vuole dire dunque che la politica sia sospesa o neutralizzata. Al contrario, l’iniziativa politica può chiaramente emergere in rapporto alla riconfigurazione del sistema. Volendolo si potrebbe riaprire una stagione “costituente”, sia dal lato della rappresentanza che da quello della governabilità, rafforzando i meccanismi che consentono ai cittadini di valutare meglio l’operato di chi è al governo e a chi governa di assumersi una più concreta responsabilità nell’esercizio della funzione esecutiva. Non è inoltre una sospensione della politica perché con il governo Draghi le forze politiche potrebbero riconquistare tempo per definire i termini del loro rapporto con i propri elettori, attuali e potenziali. Ciò dovrebbe essere favorito anche da una situazione contingente in cui si può distribuire, e anche in parte redistribuire, risorse e non solo attuare politiche di austerità e rigore. Insomma, sebbene il governo Draghi sia un governo con una maggioranza sovradimensionata e quindi potenzialmente incapace di decidere, per via del complesso di posizioni politiche, anche alternative fra loro, che si ritrovano al suo interno, il contesto in cui si colloca (un sistema politico pluri-infartuato, fortemente polarizzato e caratterizzato da un elevato grado di frammentazione) e i temi che vuole e deve affrontare non limitano gli spazi di iniziativa politica. Anzi, al contrario, li rendono se possibile più ampi.

È il Pd in grado di cogliere questa opportunità?

Il Pd viene descritto come un partito che non è riuscito a mantenere le promesse della sua fase costituente. La ricerca delle cause punta prevalente alle caratteristiche delle leadership politiche e alla loro incapacità di costruire un’identità e una cultura politica nuova. Anche se condivisibile, questa descrizione coglie solo una delle dimensioni della crisi del Pd, quello che riguarda l’apparente impossibilità delle sue componenti di superare le identità originarie. Ma il PD soffre anche di altri problemi, rispetto ai quali concentrarsi sulle aspettative disattese della fase costituente ed insistere sulla retorica della cosiddetta “amalgama mal riuscita” rischia di essere fuorviante, oltre che di costituire un alibi che di fatto impedisce una valutazione critica più attenta, dalla quale potrebbero discendere orientamenti e decisioni molto più utili alla discussione politica sul partito, il suo modello organizzativo e la sua identità culturale.

Fra le cause che hanno maggiormente contribuito a rendere il PD un partito inadeguato alla sua funzione riformista rispetto alle aspettative presenti nel progetto originario, vi sono certamente anche le seguenti.

1. Una visione confusa di chi sono i suoi elettori. Il PD è un partito il cui gruppo dirigente continua a ragionare come se fossero ancora chiaramente identificabili segmenti di elettorato con caratteristiche culturali e sociali simili a quelle che avevano gli elettori dei partiti (DS e DL) dai quali quello stesso gruppo dirigente in larga parte proviene. Lo stesso errore viene commesso nei confronti degli iscritti, che vengono sostanzialmente ripartiti secondo le stesse linee di divisione. Ma la realtà è diversa. Il ricambio generazionale ha inciso in profondità. Anche se l’elettorato PD è mediamente più anziano, è probabile che la proporzione di elettori che hanno iniziato a votare quando sia il Pci che la Dc erano già scomparsi dalla scheda elettorale sia in crescita. A tale proposito, vale la pena ricordare due dati particolarmente significativi: sul totale dell’elettorato italiano ammontano a circa un terzo coloro che non hanno mai votato all’epoca in cui ancora esistevano PCI e DC; inoltre, tra gli iscritti – così come fra i selettori (coloro che votano alle primarie) – del PD i cosiddetti “nativi”, cioè le persone che non hanno alle spalle esperienze pregresse in uno dei partiti co-fondatori, sono sempre più in crescita.

2. Una spiegazione “magica” della doppia sconfitta del 2013 e del 2018. Il Pd è un partito il cui gruppo dirigente non ha ancora fornito una soddisfacente interpretazione strategica del fenomeno 5 Stelle. La tesi che i 5 Stelle sia il prodotto del divorzio sentimentale del Pd dal suo popolo attribuibile alla leadership di Renzi è consolatoria, come ogni spiegazione basata sul pensiero “magico”. Nel 2013 e nel 2018 gli elettori che hanno votato 5 Stelle provenienti dal Pd avevano opinioni su temi quali immigrazione, diritti civili ed Europa simili a quelle degli elettori della Lega. In sostanza, il Pd di Bersani nel 2013 ha perso a destra non a sinistra, se a destra e sinistra attribuiamo un contenuto ideologico e non solo un’etichetta relativamente generica alla collocazione nello spazio politico del partito che si vota. Da allora il Pd non ha più recuperato questo segmento elettorale. È dubbio che li possa recuperare indirettamente, attraverso una alleanza con il Movimento 5 Stelle a guida Conte in un contesto di competizione proporzionale. La premessa di questa strategia è che i dirigenti di un partito siano in grado di guidare il proprio elettorato in ogni direzione come un cane pastore guida il gregge di pecore. Ma le forme di identificazione partitica sono oggi più “leggere” dei tempi in cui potevano fondarsi su radicate subculture politiche che facevano riferimento alle tradizionali famiglie ideologiche europee. Dare per scontato che l’elettorato di un partito i cui connotati politico-culturali appaiono ancora oggi molto ambigui e incerti possa seguire in maniera compatta le indicazioni di un gruppo dirigente, a sua volta diviso in una molteplicità di posizioni, è un azzardo. Così com’è un azzardo ritenere che l’elettorato del Movimento 5 Stelle possa considerarsi in maniera scontata una costola della sinistra.

3. Il silenzio sul fallimento delle riforme istituzionali. Il Pd non ha mai fatto i conti fino in fondo con la sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale del 2016. Non solo perché non ha prodotto una analisi soddisfacente sul piano dei comportamenti di voto. Ma perché si è opportunisticamente limitato a prenderne atto e girare pagina, passando a sostenere una legge elettorale proporzionale, dopo aver predicato per anni la necessità di una evoluzione in senso maggioritario del sistema politico. La spinta che aveva prodotto la riflessione sulla necessità di approdare a una democrazia competitiva e dell’alternanza e che si era sostanziata nel combinato disposto fra la riforma della legge elettorale in senso maggioritario e la riforma costituzionale, con la sconfitta del 4 dicembre 2016 non solo si è esaurita ma addirittura è stata rimossa come fosse un brutto scherzo della storia. Non si è voluto comprendere come quella sconfitta fosse più il frutto della scelta di Renzi di identificare le sorti del suo governo con l’esito del voto, di quanto non fosse causata dalla contrarietà degli elettori ai contenuti della riforma. Che anzi nel merito incontrava il favore degli elettori. Si è preferito buttare via il bambino con l’acqua sporca, derubricando la battaglia per una legge elettorale e delle riforme istituzionali favorevoli a un’evoluzione maggioritaria, invece di esaminare le reali ragioni della sconfitta, che di per sé non avevano a che fare con l’assenza di una domanda di cambiamento. Con ciò, la successiva conversione alla legge proporzionale, peraltro strategicamente controproducente per il Pd, non poteva che apparire come una presa d’atto politicamente assai poco credibile.

4. L’indifferenza verso la struttura competitiva del voto. Il Pd è disinteressato ad analizzare quali sono le condizioni che possano renderlo competitivo, nel senso di considerare con attenzione quanti siano gli elettori disponibili a votarlo, e per quali ragioni, in aggiunta a quelli che già lo votano. Le scorse elezioni regionali indicano bene dove stanno le potenzialità e i limiti. Il Pd ha tenuto se si rimane al conto di quanti sono i governi regionali conservati. Alcuni suoi candidati sono riusciti ad essere competitivi nella arena maggioritaria. Ma se si passa ad osservare il voto di lista, il Pd è risultato molto meno competitivo. Infatti l’incidenza dei voti al Pd sul totale dei voti di lista è diminuita in molte delle regioni rispetto alla precedente tornata regionale del 2015, anche laddove il successo del centro-sinistra sia stato favorito dalla presenza di liste civiche collocate nel suo stesso schieramento. E ciò si è verificato anche nelle regioni in cui è stato eletto un candidato del centro-sinistra. Un sistema proporzionale aggrava la già limitata competitività del Pd. A fronte di partiti, come la Lega e Fratelli d’Italia, che in questo momento possono risultare ben più competitivi del Pd, rispetto sia a chi già li vota sia a chi sarebbe disponibile a votarli. La scelta di una legge proporzionale è dunque in palese contraddizione con l’affermazione di una vocazione maggioritaria, oltre che strategicamente sbagliata. Infine, la scelta a favore di una logica di coalizione non è di per sé incompatibile con la vocazione maggioritaria. Rilevante è l’esistenza di un soggetto politico che faccia da perno dello schieramento, intercettando consensi in diversi settori della società, all’interno di una dinamica bipolare favorita da regole maggioritarie basate sul collegio uninominale. Così come una logica di coalizione richiede una legge elettorale con significativi effetti maggioritari, in grado di generare un insieme di incentivi alla formazione di coalizioni stabili. E tali incentivi non possono dipendere soltanto da soluzioni regolamentari in grado di disciplinare la dinamica dei gruppi parlamentari.

5. Un partito aperto ma a debole sovranità politica. Il Pd non è solo un soggetto politico autoreferenziale nei comportamenti del suo gruppo dirigente, ma anche un partito privo di sovranità nel determinare la sua agenda e nel riuscire ad imporre la sua narrazione degli eventi. Una parte non piccola del suo gruppo dirigente pare aver assorbito una retorica di stampo populista. Anche il costante richiamo alla necessità di una maggiore apertura del partito va in questa direzione. Un conto è richiamare la necessità di rendere più presente il partito sul territorio, diverso è invocare costantemente un’apertura indiscriminata e generica. Il modello organizzativo del Pd, fondato sul ricorso alle primarie, configura già di per sé un partito potenzialmente competitivo perché estroflesso. Ma in assenza di una cultura politica e di un’agenda di governo autonomamente definita l’apertura del partito rischia di esporsi a pressioni ambientali di ogni genere, finendo col compromettere la reale capacità del partito stesso di imprimere una direzione chiara alla linea di governo. In tal senso, il problema del Pd nei suoi rapporti con la società civile non consiste tanto nel doversi aprire di più, ma nel trovare le condizioni politiche e organizzative per gestire meglio aspettative e domande che arrivano dall’esterno e che in assenza di una linea politica chiara finiscono col produrre contraddizioni e malintesi, fino al punto di nuocere invece che giovare ai consensi nei confronti del partito stesso. Emblematico a questo proposito, può ritenersi il recente conflitto sperimentato con il movimento delle Sardine, dove l’apertura al dialogo si è tradotta in una feroce critica da parte degli interlocutori.

6. Un’eccessiva propensione ad avvertire i vincoli della situazione data nella definizione della linea politica. Il gruppo dirigente del Pd, qualunque sia la sua provenienza, ha un modo singolare di definire la sua strategia. La definizione della situazione politica in cui si trova ad operare non parte da una valutazione di quali siano le effettive opportunità disponibili. Ma discende dalla semplice constatazione che non sia possibile fare altro se non quello che si sta facendo. L’esempio paradigmatico di questo atteggiamento si riscontra quando il suo gruppo dirigente afferma che non ha senso parlare di vocazione maggioritaria in un contesto proporzionale. Ma chi avrebbe deciso che l’unico sistema elettorale praticabile è quello proporzionale? La Lega, per bocca di alcuni suoi dirigenti, ha più volte espresso un interesse per il maggioritario. Gli stessi elettori continuano a ragionare in modo maggioritario, come hanno dimostrato diverse tornate elettorali. Certo, ci sono forze politiche che vogliono il sistema proporzionale, perché regole elettorali di questo tipo consentono al proprio gruppo dirigente di ridurre il rischio di scomparire. È un buon motivo perché il Pd scelga in via prioritaria un sistema proporzionale? Lo si fa perché si teme una sconfitta alle prossime elezioni? Perché non parlarne apertamente? Quello che non andrebbe fatto è sostenere che il Pd non è in grado in avere una strategia maggioritaria perché “ormai” siamo in un contesto proporzionale, come fosse un impedimento di fatto insuperabile.

7. L’assenza di un progetto e una visione nazionale per il paese. Il Pd è un partito che rischia di non avere una proposta nazionale, che cioè sia efficace per nel delineare la strada da intraprendere per una ripresa post pandemia dell’intero paese. L’ interpretazione del quadro economico e sociale alla base del piano di rilancio del paese deve tenere conto della necessità di fare della Questione meridionale una opportunità di crescita per l’intera nazione. Questo non può tradursi in una replica di esperienze negative del passato, come fu con la Cassa del Mezzogiorno, che da strumento di promozione e sviluppo divenne uno strumento controllato dagli interessi locali, e quindi di conservazione dell’esistente, oltre che un’inutile fonte di spesa e di crescita improduttiva del debito pubblico. Perché non parlare di più di quali investimenti, con quali strumenti di governance, valutati rispetto al loro impatto in termini di capacità di spesa ma anche di resistenza alla penetrazione dei ceti dirigenti locali, a Nord quanto al Sud? Perché non scegliere una prospettiva di analisi e intervento che valorizzi la qualità delle politiche pubbliche, contenuti, monitoraggio e valutazione, invece che concentrarsi sulla sola dimensione quantitativa delle risorse da assegnare e spendere?

Questi sono alcuni spunti che intendiamo offrire alla discussione che in questo momento si sta aprendo nel Partito Democratico, sotto la spinta della nuova leadership affidata ad Enrico Letta. Il quale ha giustamente sottolineato che c’è bisogno di un nuovo Pd. Siamo d’accordo. Un nuovo Pd che sappia discutere a partire da una analisi della situazione data. Il confronto che si inaugura con il cambio di segreteria può essere una buona occasione (forse l’ultima) per decidere cosa debba e possa essere il Pd. Una discussione che non riguarda soltanto le sorti di un partito ma incide anche sul futuro del nostro paese.

 

*Luciano Fasano – Docente di Scienza politica, Istituzioni politiche, Università statale di Milano

**Paolo Segatti – Docente di Sociologia Politica, Università degli studi di Milano

 

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