LibertàEguale

Il lato triste del Nord-Ovest

di Francesco Gastaldi

Prendere un treno interregionale (molto datato) da Genova a Torino e percepire nello scorrere dei paesaggi dai finestrini un misto di decadenza e abbandono. Si parte da Genova, la val Polcevera ha ancora immensi spazi ex industriali novecenteschi dismessi, il patrimonio abitativo degli ex quartieri operai appare con scarsa manutenzione, solo i cantieri del Terzo Valico ferroviario danno qualche speranza.

Il Basso Piemonte offre anch’esso un’immagine di declino, la storica carenza di aree in Liguria ha fatto sì che in tutto il dopoguerra si sia guardato  a questa zona come possibile area di sviluppo delle attività produttive e portuali genovesi. Furono in particolare la DC, il PLI e Angelo Costa (per due volte presidente nazionale di Confidustria) a teorizzare la delocalizzazione e il decentramento oltre Appennino, contrario il PCI che credeva di perdere consensi e la propria base operaia a livello urbano. Questa tendenza più volte immaginata, si è realizzata solo in parte e le attività economiche e imprenditoriali hanno con il tempo perso le relazioni con il capoluogo genovese. Fanno eccezione le realtà connesse al porto che sia a Genova che a Savona hanno sempre avuto relazioni molto consolidate con questa zona. Fra Alessandria ed Asti sono numerosi gli episodi di spazi e edifici rurali in stato in degrado che fanno capolino fra i campi e la campagna.

Arriviamo a Torino che sta affrontando una difficile evoluzione verso un’economia diversificata, dove la presenza (e il rinnovamento) di quello che rimane dell’industria automobilistica convive con un progressivo orientamento delle attività produttive verso i settori del tempo libero, della cultura, della formazione e dell’innovazione. Ma sembrano passati i fasti e gli effettivi dell’evento olimpico del 2006 e il capoluogo piemotese sembra avvolto in un clima di smarrimento e destabilizzazione. In termini di rilancio turistico, di ridefinizione di immagine, di valorizzazione attiva delle risorse culturali c’è ancora molto da fare.

Il Piemonte negli ultimi vent’aanni ha attraversato (e sta tuttora attraversando) una profonda trasformazione dal punto di vista sociale ed economico, registrando trend piuttosto negativi in termini di creazione di ricchezza e di crescita della produttività. I motivi sono da ricercare nella pesante crisi dei settori automobilistico (ammesso da pochi) e tessile, dove le grandi imprese, pur ad elevata internazionalizzazione, specializzate in settori a medio-alta tecnologia, e propense agli investimenti in ricerca e sviluppo, hanno dovuto subire una serie ristrutturazioni, delocalizzazioni con un conseguente calo economico-produttivo regionale e con ripercussioni su molte questioni di natura sociale.

I tradizionali centri urbani con caratteri industriali sono stati pienamente investiti da queste tendenze, mentre le aree attualmente più dinamiche sono zone un tempo agricole e periurbane dove il tessuto di piccola e media impresa (anche in forma distrettuale), spesso legato al settore alimentare, ha segnato i maggiori trend di sviluppo. Ma sembra proprio la parte del Piemonte gravitante verso Genova a manifestare rilevanti segnali di crisi, mentre altre zone sono rivolte alla regione urbana milanese appaiono potenzialmente più dinamiche, così come i tessuti produttivi della provincia di Cuneo che vede anche il boom dell’enogastrononia.

Infine, la questione demografica che investe in modo pesantemente negativo (e con dinamiche simili) sia Genova che Torino, una spia di di diversi fattori di crisi e di una transizione post industriale che continua.

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