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Immigrazione e sinistra: la trappola della simmetria

ansa - sbarchi a lampedusa - A boat with more immigrants aboard arriving on the italian island of Lampedusa, southern Italy, on April 9, 2011. ANSA / ETTORE FERRARI

di Antonio Preiti

 

L’immigrazione è un uppercut per la sinistra: il colpo con il quale ha perso, nel breve giro di un triennio, quasi ogni tipo di elezione e, soprattutto, l’egemonia culturale che conta (quella molecolare, diffusa, elementare) sul popolo italiano (sempre che abbia ancora senso l’espressione “popolo italiano”).

D’altro canto, la politica funziona così: vince chi conquista l’egemonia sull’argomento che domina la discussione pubblica. Il discorso dominante, a torto o a ragione, è da alcuni anni l’immigrazione (di massa), e su questo la sinistra ha grande difficoltà a misurarsi in termini di centralità nel Paese.

L’immigrazione è diventato il discorso dominante sulla scena pubblica italiana perché ha riunito, condensato, compattato una serie di fattori che, altrimenti, vivrebbero di vita propria. Per ognuno di questi fattori, avrebbe detto Gramsci, analizzando i discorsi degli avversari, c’è un nucleo di verità da trovare, anche se non è naturalmente tutta la verità.

E così è stato: ogni nucleo di verità è stato incastonato dentro un discorso generale, onnicomprensivo, emotivamente potente, che ha affermato una visione del mondo che ha conquistato l’egemonia culturale nel Paese. (Le visioni del mondo sono un continuo gioco di rimando tra filosofia e vita quotidiana…).

Il mancato riconoscimento a sinistra di quei “nuclei di verità” ha estremizzato le sue posizioni, così che il confronto tra estremi porta a vincere, inevitabile in questo momento, l’estremo populista. È il metodo Trump, perché c’è del metodo nella sua apparente “follia”.

Trump estremizza la comunicazione, rende le questioni estreme; questo atteggiamento incendia l’insopportabilità democratica, fa crescere l’indignazione, rende egemoni nel campo democratico gli anti-Trump letteralmente più “indignati” che, a loro volta, arrivano a un linguaggio simmetrico a quello di Trump. Una volta che la simmetria cresce su sé stessa, il mondo diventa o bianco o nero, e vince Trump, perché il suo estremismo oggi è più forte dell’estremismo liberal.

La simmetria dei democratici americani ha portato la sua componente più radical in un vicolo cieco: non avendo ottenuto l’impeachment per il caso Russia, non restava che un impeachment per bigotteria, come qualcuno ironicamente l’ha chiamato, ma appunto è un tipo di impeachment non contemplato dalla costituzione.

Si può essere cacciati dalla presidenza solo perché si esprimono idee giudicate insostenibili, inaccettabili o qualunque altra cosa? Non è il paese della libertà d’espressione? Chi giudica chi?

Torniamo al nostro paese. Il combinato disposto della narrazione populista è presto detto: l’immigrazione fa crescere la criminalità, perciò rende il Paese meno sicuro; l’immigrazione è una immigrazione di massa perciò cambia i connotati del nostro paese, in quanto si tratta in gran parte di immigrati islamici; l’Italia non è più la stessa se si accetta il multiculturalismo che mette ogni tradizione e religione sullo stesso piano.

Sintesi delle sintesi: bloccare l’immigrazione di massa significa difendere l’identità del Paese. C’è qualcosa di più motivante, almeno al livello pubblico, di questo “appello”? Se lo scontro si estremizza, diventa cioè tra quanti sostengono l’inviolabilità dell’identità del Paese e quanti sostengono un Paese multiculturale, multietnico, quasi senza confini, è evidente che vincono i primi. Il modello Trump applicato a noi.

Consideriamo per un attimo come funziona la simmetria della comunicazione. Da un lato Salvini posta video in cui si vedono immigrati o comunque persone di colore (notare che sono sempre persone di colore) per rafforzare la sua tesi politica; dall’altro lato ci si autocensura quando i protagonisti dei reati sono immigrati. I fatti di cronaca narrati sulla stampa o in tv lo dimostrano in maniera lampante: se i rei sono di colore uno li enfatizza e l’altro li riduce. È una simmetria che porta la sinistra in una trappola. Ci sarà un modo per uscirne?

Allora bisognerebbe riconoscere qualche “nucleo di verità”, per innestare finalmente una strategia asimmetrica, l’unica che può scardinare il compact della comunicazione populista.

È evidente, per esempio, che la digitalizzazione e la globalizzazione abbiano messo in grande difficoltà i lavoratori meno qualificati: che male c’è a riconoscerlo? Se si pone rimedio con una strategia e politiche adatte, non sarà più un argomento “sovranista”.

Sostenere il riconoscimento dei diritti civili significa necessariamente sostenere anche l’ideologia gender? Sul primo la maggioranza della popolazione è tendenzialmente positiva, sul secondo è molto negativa. Sostenere la scienza, com’è ovvio, significa fare della scienza un’ideologia, per altro impossibile, visto che la scienza aiuta a capire il mondo, non a come viverci?

Se le periferie si ribellano agli insediamenti rom, atteggiamento che avrebbero – si teme – anche i residenti nelle ZTL, se ne vede l’atteggiamento regressivo, ma si riesce anche a capire il disperato bisogno di non vedere il proprio territorio degradato, non (solo) da quella decisione, ma dai mille malfunzionamenti sedimentati nel tempo? Il luogo in cui si vive è per molti forse l’unico elemento che da identità e si difende con i denti, fossero anche i denti sbagliati.

Su cosa si fonda, politicamente, l’asimmetria necessaria di cui parlo? Restiamo nel campo dell’immigrazione e facciamoci aiutare da Max Weber. L’etica dei principi (o dei convincimenti) porta a dire “accogliamoli tutti”, perché si tratta degli ultimi; perché mettono in gioco la loro vita per un futuro migliore, sia pure solo per i loro figli o nipoti; perché sono due mila anni che la vita delle persone è da considerarsi sacra.

L’etica dei principi porta lì. La politica però è fatta dal mix di etica della convinzione e di etica della responsabilità, cioè del dovere di dare risposte. La sinistra lo ha sempre saputo.

L’etica della responsabilità porta Macron a non accogliere, visto che l’immigrazione del Nord Africa è una ragione costante di tensione in Francia; la stessa etica della responsabilità porta i socialdemocratici danesi a frenare l’immigrazione di massa (e vincere), perché il welfare è impossibile, se ai cinque milioni di residenti se ne aggiungono altri tre o quattro milioni.

L’etica della responsabilità porta l’unico leader socialista europeo, Pedro Sànchez, a comportarsi come chiunque altro leader europeo di qualunque colore politico.

L’etica della responsabilità non ha mai portato, per esempio, i democratici americani ad aprire le frontiere: sono sì contro il muro di Trump, ma nessuno dice accogliamoli tutti e nella sempre repubblicana Arizona vincono le elezioni (dopo cinquant’anni) proprio su una piattaforma non troppo diversa da Trump (eccezion fatta per il muro).

Anzi, il presupposto dello ius soli in America è proprio la chiusura delle frontiere. Questo non significa che non entra più nessuno, ma che entra secondo un programma, seguendo una politica specifica dello stato che decide di accogliere: si può ancora immigrare negli Stati Uniti – com’è noto – ma con regole precise e stringenti, non illegalmente.

Ovviamente non è facile neppure questo, ma qui stiamo parlano dell’approccio al problema. L’immigrazione illegale, per altro, porta a problemi incommensurabilmente più grandi: la clandestinità di chi arriva; il loro sfruttamento da schiavi; l’impossibilità di ottenere un lavoro adeguato; una impossibilità di “selezionare” l’immigrazione.

Rompere la simmetria (“accogliamoli tutti” vs. “non accogliamo nessuno”) significa stabilire alcuni principi e definire una politica che dica dei “sì”, dei “no”, e soprattutto dei “come”. È dentro il “come” che una strategia riformista può innestare una politica dell’immigrazione graduale, accogliente e che non porti a scarti dei diritti per nessuno. Non è facile, naturalmente, ma non ci sono altre strade.

L’etica delle convinzioni (se usata in maniera esclusiva) porta i partiti che la sostengono a ottenere solo il consenso dei convinti (che difficilmente raggiungono la maggioranza, tanto più se l’asticella si sposta sempre più in alto), mentre l’etica della responsabilità può avere il voto di tutti (gli unici che potenzialmente non la sosterranno sono solo quelli che hanno convinzioni opposte; nel nostro caso razzisti, etc.).

Un’ultima considerazione: se una strategia dettata solo dalle convinzioni porta alla vittoria dell’avversario, gli interessi di quanti sono i beneficiari diretti della convinzione saranno certamente meno forti e difesi. È difficile eludere la combinazione di queste cose.

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