LibertàEguale

La Cgil nemica della modernizzazione

di Umberto Minopoli
Il sindacato è l’unica organizzazione che in questo paese non conosce l’autocritica. Siamo in stagnazione, da vent’anni e più la nostra economia non conosce la crescita. Abbiamo buttato al vento il promettente cambio di marcia dei governi Renzi-Gentiloni che avevano salvato i conti pubblici e avviato la ripresa.
Stagniamo perché fiaccati dal debito pubblico, dalla fiacchezza della domanda (in primo luogo per investimenti) impedita dalla spesa pubblica improduttiva, dalla spesa per interessi (per ripagare il debito), dalla scarsa produttività, dall’alta tassazione e da una amministrazione statale (dalla giustizia ai poteri locali) votati a bloccare e ritardare investimenti e crescita. In questo quadro desolante annoso, aggravato oggi dalla regressione del governo populista, si evidenzia un dato (che dovrebbe far riflettere i burocrati del sindacato): la lunga stagnazione italiana si identifica con un lungo regresso e stagnazione dei salari e del reddito da lavoro e insieme con la disoccupazione e l’inoccupazione: il cuore e il senso dell’azione sindacale.
La lunga stagnazione italiana
Una clamorosa condanna dell’azione del sindacato in 20 anni e più. Ma di tutto si parla nei sindacati tranne che di questo loro fallimento. Di identità, di missione, di mandato. La Cgil è la più colpevole. Perché è il sindacato più grande. Ma anche perché è stato il più conservatore. Ha difeso a lungo i feticci ideologici che hanno impedito di avere in Italia quel sindacato moderno partecipe al miglioramento della produttività, della competitività, della contrattazione aziendale e territoriale che scambia miglioramento aziendale con salario.
La Cgil ha scambiato, invece, il mestiere sindacale (che alla fine è difesa dei salari) con una ideologia populistica, inconcludente e inefficace, fondata sulla mitologia dei “diritti” che ha portato solo a trascurare l’essenza del mestiere sindacale. E a trasformare la Cgil in un ostacolo ad ogni tentativo di modernizzazione e riforma del mercato del lavoro italiano. La Cgil si è divisa al congresso. Ma nessuno ha capito su che. E, comunque, su niente che suonasse autocritica del colossale regresso del salario, frutto dei mali italiani, frutto, a loro volta, anche di una distorta e deviata azione sindacale. Sostituire la mitologia dei “diritti”, della cosiddetta  lotta al precariato alla difesa del reddito, della produttività e dell’espansione, ha bloccato i salari e non ha migliorato i diritti. Anzi precariato e inoccupazione sono cresciuti a dismisura.
Cisl e Uil sulla stessa onda
Ma se Sparta (Cgil) dovrebbe piangere, Atene (Cisl e Uil) non hanno da ridere. La Uil si è ridotta ad una parodia del massimalismo Cgil. La Cisl ha negato le sue promesse di modernità di sindacato riformista, della partecipazione, del patto dei produttori, della produttività, della contrattazione decentrata: la sola via per aumentare il reddito di chi lavora. Tutti insieme, i tre sindacati, sono stati spiazzati dal governo populista. Che, con ragioni e motivi diversi, non hanno mai (sinora) contrastato e combattuto.
La Fim di Bentivogli è un’eroica eccezione, una isola di combattività, a difesa dell’industria e dello sviluppo, in un mare di inanità, impotenza e subalternità sindacale alla tragedia economica del populismo, dell’assistenzialismo e della decrescita. Landini non è la cura. È stato, in questi anni, la malattia. E il simbolo della sconfitta storica del sindacato ideologico e pre-moderno. L’emblema indelebile è stata la sconfitta della sua Fiom alla Fiat. Cui è seguita non l’autocritica ma la “fondamentalizzazione” estremista e populista, la simpatia per il populismo nascente e per i suoi obiettivi di regresso.
Zingaretti, Martina e il dialogo con Cgil
Leggo che Zingaretti e Martina si propongono un nuovo dialogo con la Cgil di Landini. Auguri. Ci andassero senza il cappello in mano e ponendo (ne saranno capaci?) qualche dignitosa condizione: il giudizio sui governi del Pd e sul jobs act che Landini e la Cgil hanno combattuto; il giudizio sulla manovra populista che Landini e la Cgil hanno, per otto mesi, sostenuto col silenzio e il tifo; l’autocritica sulle scellerate posizioni grilline (su Ilva, grandi opere, ambiente ed energia) che Landini e la Cgil non hanno combattuto o apertamente sostenuto; il giudizio sulla fallimentare esperienza di 20 anni di una Cgil che ha contrastato la modernizzazione del paese, ha combattuto il riformismo del Pd, ha abbracciato un massimalismo impotente. E ha contribuito, in tal modo a peggiorare la condizione del salario e dei lavoratori. Ma Martina e Zingaretti avranno la forza di rivendicare il riformismo e chiedere ammenda a Landini? Dubito.

Lascia un commento

L'indirizzo mail non verrà reso pubblico. I campi richiesti sono segnati con *