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La Corte Suprema Usa, i giudici di destra e i cattolici: riflessioni sul caso Barrett

di Stefano Ceccanti

 

La nomina di alcuni giudici della Corte Suprema da parte della destra americana scelti tra alcuni cattolici, in ultimo Barrett, viene da alcuni difesa nel merito perché comunque le posizioni testualiste o originaliste (per farla semplice: le posizioni di chi fa riferimento al testo scritto della Costituzione e/o agli intenti originari dei redattori e/o della società in cui erano inseriti) avrebbero un merito. Esse sarebbero un vaccino a difesa dell’autonomia della politica e contro la malattia di eccessi di attivismo giudiziario col quale i giudici inventerebbero diritto, usurperebbero la sovranità popolare e il ruolo dei rappresentanti eletti.

 

In linea generale, dato che il potere non conosce vuoti, mi sentirei anzitutto di sottolineare che l’attivismo giudiziario è più il prodotto dell’incapacità della politica che non una causa della stessa. I giudici devono rendere giustizia e se le istituzioni elettive non sono in grado di rispondere efficacemente e tempestivamente non possono poi stupirsi che i rimedi siano trovati altrove.

 

Ulteriori dubbi me li solleva poi il caso specifico di cui stiamo discutendo: la giudice Barrett sarebbe favorevole, tra l’altro, a demolire l’Obamacare. Siamo sicuri che gli intenti antistatalisti originari siano diritto neutro e non la sovrastruttura di scelte politiche che in questo caso minacciano la discrezionalità politica contemporanea? Non è questo un caso di attivismo giudiziario contro la politica che capovolge l’argomento della difesa di Barrett?

 

C’è in più un problema squisitamente cattolico. Il cattolicesimo ha definito nel Concilio Vaticano II un approccio ai testi sacri che è anti-testualista. Scrive puntualmente la Costituzione Dei Verbum: “Cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro, sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità.”

 

In altri termini sono possibili interpretazioni evolutive delle “cose trasmesse” non in modo arbitrario ma comunque significativo grazie all’approfondimento personale da parte di tutti delle questioni attraverso varie forme di comprensione (dalla contemplazione allo studio all’esperienza) e al ruolo specifico dell’autorità chiamata per propria funzione a rispondere alle nuove sfide.

 

E’ solo grazie a questo approccio anti-testualista dopo varie elaborazioni teologiche, che, ad esempio, l’ultima enciclica può approdare ad una condanna senza condizioni della pena di morte e ad una ridefinizione molto restrittiva del concetto tradizionale di ‘guerra giusta’ in quello di ‘legittima difesa’. Se la Chiesa cattolica fosse testualista sarebbe invece necessariamente costretta a difendere tuttora la liceità della pena di morte e della guerra giusta, che hanno alle loro spalle sia la lettera di vari passi biblici sia secoli e secoli di Magistero.

 

Da qui anche allora la domanda: ma un cattolico che deve essere anti-testualista nella Chiesa, almeno secondo la chiara impostazione del Concilio, può esserlo da giurista? Può avere un atteggiamento sacrale verso testi come una Costituzione se non ce l’ha addirittura nei confronti della Bibbia?

 

Non sarà che la risposta, almeno nel caso di specie, è che quel filone americano cattolico di destra è anche contrario al Concilio Vaticano II e che solo con questa chiave interpretativa è possibile capirlo appieno? Test significativo: cosa ci risponderebbe la giudice Barrett se le chiedessimo un giudizio sull’enciclica papale a proposito della pena di morte? La risposta appare abbastanza scontata…

 

Alla fine, quindi, ferma restando l’esigenza di evitare un improprio attivismo giudiziario (che però è più un problema di prevenzione da parte della politica) e senza legittimare qualsiasi approccio evolutivo, creativo, al diritto, non sarà però che il testualismo più che essere un filone giuridico più o meno neutro corrisponda invece ad un preciso orientamento politico-ideologico? Per cui esso non mira a proteggerci dalla politicizzazione del diritto ma solo dalle scelte politiche non condivide perché non omogenee alle proprie?

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