LibertàEguale

La rivoluzione passiva nella Francia di Macron

di Danilo Di Matteo

 

Già decenni addietro si notava come i cugini d’oltralpe percepissero il proprio ceto politico come distante, abissalmente distante. Più distante rispetto a quanto avveniva in Italia, dove, tra l’altro, vigeva una sorta di via clientelare alla partecipazione. A differenza, ad esempio, della formazione tecnocratica di non pochi esponenti politici francesi.

Non ho dubbi sulla formazione, sull’approccio e sulla prassi riformista del presidente Macron. Né credo che una democrazia organizzata nella forma dei partiti sia funzionale solo a far “digerire” alla “base” le necessarie riforme (non manca, del resto, una storiografia che guarda “da sinistra” al fenomeno giacobino del XVIII secolo, considerandolo fondamentalmente volto, appunto, a “controllare” le masse urbane a vantaggio della borghesia).

Forse, tuttavia, il coinvolgimento attivo delle persone in carne e ossa, sui luoghi di lavoro e all’esterno di essi, è un passaggio decisivo per realizzare una linea riformatrice efficace e non effimera. Non mancano momenti e passaggi storici caratterizzati da “rivoluzioni passive”, come notava Gramsci, a proposito, poniamo, di Vincenzo Cuoco. Eppure in genere si tratta di passaggi incompiuti, “strozzati”, parziali. Gli stessi limiti del “riformismo dall’alto” di diversi governi di centrosinistra della seconda Repubblica, da noi.

Resta attuale, qui e oltralpe, l’esigenza di un riformismo popolare (già da ragazzino scorgevo proprio in ciò le formidabili possibilità dischiuse  dall’eventuale assunzione della guida del Pci da parte di Luciano Lama, dopo la morte di Berlinguer) e, dunque, di un nuovo radicamento delle forze politiche, consono ai tempi. Una necessità e, insieme, una sfida.

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