LibertàEguale

La tentazione illiberale della Destra. Intervista a Ceccanti

STEFANO CECCANTI DEPUTATO PD

Intervista a Stefano Ceccanti, a cura di Umberto De Giovannangeli*

 

Professor Ceccanti, alla fine, proprio in extremis, lei è stato designato dal Pd come candidato della coalizione nel collegio uninominale Camera Pisa-Fucecchio. Cosa significa questo?
Che abbiamo fatto prevalere la logica del sistema elettorale. Quando a lezione spiego questa materia parto dal far vedere le schede perché, al di là delle singole norme, all’elettore arrivano i messaggi veicolati dalla scheda. Nel nostro caso com’è fatta la legge Rosato? Sopra ogni coalizione, sopra l’insieme delle liste e dei candidati proporzionali, si vede per primo il nome e cognome del candidato uninominale. L’elettore lo conosce? Lo riconosce? Queste sono le prime domande che vengono naturali. Ovviamente le domande si collocano in un contesto e l’elettore che arriva in cabina per le politiche è già mosso da grandi orientamenti di fondo che in larga parte prescindono da chi c’è sulla scheda. Però essa esiste e può incidere, soprattutto nei collegi molto incerti. Ora se un candidato ha lavorato su un territorio per i cinque anni precedenti l’alternativa è una sola: se ha lavorato bene, e a giudicare devono essere anzitutto i livelli locali, va candidato nel collegio uninominale; altrimenti meglio non ricandidarlo per niente, non spostarlo altrove dove non è conosciuto. È un po’ come il sindaco al termine del primo mandato: non gli fai fare le primarie, o lo candidi o non lo candidi sulla base dle giudizio che esprimi. Nel caso di specie il giudizio del Pd Pisa era positivo e quindi la logica dell’uninominale doveva imporsi su qualsiasi altra considerazione. È un esito logico, anche se è stato tutt’altro che scontato. Fra l’altro non mette in discussione, per i pisani che lo desiderano, di votare Fratoianni, che è capolista nel proporzionale della sua lista. È stata quindi una soluzione a somma positiva.

Torniamo allora più in generale ai temi istituzionali su cui ha lavorato. Sostiene Berlusconi: “Una volta approvata la riforma costituzionale sul presidenzialismo, prima di procedere all’elezione diretta del nuovo capo dello Stato, sarebbero necessarie le dimissioni di Mattarella… È “tutto qui: una semplice spiegazione di come potrebbe funzionare la riforma sul Presidenzialismo proposta nel programma del centro-destra”. Gli fa eco Giorgia Meloni: “Il presidenzialismo è una riforma seria che è anche economica, grazie alla stabilità si riesce a dare fiducia agli investitori”. C’è da tremare?
Secondo me Berlusconi ha sollevato prima del tempo un problema che tutti sappiamo si sarebbe posto, che non è però affatto quello della riforma costituzionale, ma del rapporto che il destracentro, se vince le elezioni, intende avere col presidente in carica Sergio Mattarella. Sappiamo che si sarebbe posto perché la forza di destra che è diventata egemone in quello schieramento, Fdi, non solo non ha votato per il presidente Mattarella e non gli ha risparmiato critiche anche molto dure in questi mesi, ma c’è di più. Nessuno si ricorda che nel 2018 fu Giorgia Meloni, prima di Di Maio, a chiedere di mettere in stato di accusa il presidente Mattarella per aver esercitato il suo potere di nomina rispetto al ministro Savona, autore di un piano di uscita surrettizia dall’Euro. A ciò si aggiunge il fatto che sin dall’inizio, a sistema invariato o cambiato, a Silvio Berlusconi sarebbe piaciuto arrivare a quella postazione e che si è rassegnato l’ultima volta a rieleggere Mattarella dopo aver capito che non avrebbe avuto chances. Con la sua esternazione così generica sul sistema da introdurre ma così precisa sulla necessità che Mattarella si dimetta, il Cav ha lasciato capire che vorrà assumere da subito un’attitudine di scontro, a partire dalla nomina dei ministri su cui il capo dello Stato è solito utilizzare le sue prerogative stabilite dall’articolo 92. Specie quando alcune nomine possono creare problemi, come appunto nella crisi che si aprì all’atto della formazione del Conte 1 sulla nomina di Savona. Il centrodestra vuole ingaggiare sin da quel momento uno scontro per delegittimare Mattarella con argomenti immotivati ma prevedibili. Del tipo che è stato eletto da un Parlamento sciolto e che aveva numeri diversi? Il destracentro vuole cioè adottare un’impostazione orbaniana per cui l’eventuale vincitore sarebbe abilitato a prendere tutto, a non fare prigionieri, secondo l’espressione che Cesare Previti usò nel 1994? Questo è il problema, non quello di una riforma che nel caso arriverebbe dopo anni.

Questo però significa che sul piano specifico dell’innovazione istituzionale lei non vede spazi? Ci sarà una situazione di scontro frontale che precluderà ogni dialogo?
Anche volendo non si potrebbe stare fermi perché al Senato sono riusciti a modificare in profondità il loro Regolamento per adeguarlo ai nuovi numeri e alla Camera no, per cui almeno su questo il dialogo sarà obbligato e immediato. Per il resto, senza demonizzare in sé alcuna proposta, io inviterei per ragioni di efficacia ad adottare, almeno in partenza, l’approccio non giacobino a cui ci ha richiamato Luciano Violante, sulla scia anche di Enzo Cheli e Andrea Manzella. Sono stati ridotti i numeri di deputati e senatori e sono stati allineati gli elettorati attivi a 18 anni. Da lì si può partire per spostare funzioni, dal rapporto fiduciario alla conversione dei decreti, al Parlamento in seduta comune che sarà composto da 600 eletti. Abbiamo idea di cosa significhi in termini di stabilità di Governo dover dipendere da un’unica assemblea di 600 invece che da due distinte di 400 e 200? Abbiamo idea di cosa significhi evitare ai parlamentari della seconda Camera in cui oggi arriva la conversione di un decreto una lettura in cui a priori non si può emendare niente? Capisco che rispetto a parole forti come il presidenzialismo possano sembrare cose meno importanti, e ognuno ha il diritto di presentare le proprie, ma quelle di cui ho parlato si presentano come più semplici da introdurre anche perché meno conflittuali. Però, insisto, il destracentro deve prima chiarire se, ove vincesse, considera le regole e le istituzioni di garanzia come materia di cui impadronirsi, come se fossero un’appendice del Governo, che invece spetta a chi vince, se è in grado di essere autosufficiente. Condividono un’impostazione liberale che distingue il continuum maggioranza-Governo da altri ambiti che non possono essere appannaggio della sola maggioranza? Se questo sarà chiaro il dialogo sarà ben più agevole, altrimenti si creeranno muri difficilissimi da scalare.

Della destra cosa teme di più: il passato “neo” o la visione del futuro?
Temo questa indecisione sulla democrazia liberale perché i due partiti più forti non sono legati alle forze moderate europee del Ppe e Forza Italia appare esserlo solo formalmente, come dimostrato dal fatto che la polemica contro Mattarella l’ha iniziata Berlusconi. A questo si legano come spia del problema le proposte Meloni che vogliono sancire il primato del diritto interno su quello dell’Unione, uno dei pilastri sin dal 1964 del processo federale europeo, senza il quale non solo non sarebbe possibile procedere verso ulteriori condivisioni di sovranità ma si metterebbe in discussione già il livello attuale raggiunto. È sempre la stessa tentazione illiberale: chi vince le elezioni in un Paese è legibus solutus, sia verso l’alto sia all’interno.

Da riformista convinto non vive come una sconfitta la rottura tra Calenda e Letta?
Sì, è una sconfitta, ma non per una parte, quanto per l’Italia. Gli elettori si sarebbero meritati di avere sulla scheda, nella parte maggioritaria, un’opzione unica a favore delle forze che avevano sostenuto con convinzione Draghi, mentre le diversità interne si sarebbero espresse nel proporzionale.

Il polo centrista di Calenda e Renzi si intesta l’Agenda Draghi. Lo stesso fa il segretario del Pd. Come la mettiamo?
Massimo rispetto per tutti, però torno alla logica del sistema elettorale. Gli elettori devono sapere che sulla parte maggioritaria della scheda l’unica reale alternativa è tra il candidato uninominale delle destre che si sono aggregate in modo subalterno a Meloni che ha sempre osteggiato Draghi e quello della coalizione del centrosinistra. Gli altri schieramenti in quella parte trainante della competizione non sono in campo.

A proposito di riforme mancate. Si va a votare con quella che diversi analisti politici e costituzionalisti definiscono la peggiore legge elettorale nella storia della Repubblica. Non è una grave responsabilità del Parlamento uscente, altrimenti a chi addossarne la colpa?
Il punto è che in questo come in altri casi vale, per così dire, la regola della sfiducia costruttiva: non basta essere scontenti della legge che c’è, ma bisogna convergere in positivo su un modello preciso e farlo con grandi consensi perché alla Camera c’è una riserva di voto segreto e perché più in generale sulle regole non si possono prendere decisioni unilaterali di parte. Bisognerebbe ripartire subito ad inizio di legislatura, sotto velo di ignoranza per i possibili risultati futuri.

Metà degli italiani sono indecisi se andare a votare o no; una parte si dice disgustata dalla politica. Il Pd come pensa di parlare al mondo dei non votanti?
Con un messaggio semplice: noi siamo quelli che teniamo la barra dritta su quello che ha reso grande e forte questo Paese, i legami europei e atlantici, come durante il Governo Draghi. A questo aggiungiamo altri avanzamenti in tema di diritti, come lo ius scholae, che durante quell’esecutivo erano preclusi dalla presenza di forze di destra sorde su questi temi.

 

*Il Riformista, 24 agosto 2022

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