LibertàEguale

La transizione dopo Covid-19: come si torna al lavoro

di Giuseppe Croce* e Michele Faioli**

 

Diversamente da altre gravi crisi l’attuale situazione di blocco dell’economia è dovuta a un “prosciugamento” del lavoro. Non siamo di fronte a una crisi di origine finanziaria come nel 2008 né alla distruzione massiccia di impianti e macchinari della Seconda guerra mondiale. Oggi siamo di fronte a uno shock di offerta causato dalla necessità di ritirare gran parte del lavoro dalla produzione per salvaguardare la salute.

Di conseguenza la ripresa delle attività sarà innanzitutto un “ritorno del lavoro”. L’efficacia dei necessari stimoli monetari e fiscali che si stanno mettendo in campo per importi straordinari dipenderà, in buona misura, dal buon funzionamento dei mercati del lavoro. C’è poi il problema della sicurezza: quale lavoro sicuro e come rendere sicuro il lavoro per far ripartire la produzione. E’ in questa cornice che vanno considerate con attenzione le richieste arrivate negli ultimi giorni dalle associazioni imprenditoriali del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Veneto di riaprire fabbriche, impianti di produzione, hub di logistica, anche al di là delle limitazioni derivanti dai codici Ateco, tenendo in considerazione che il protocollo di sicurezza del 14 marzo 2020 sta per essere introdotto a livello aziendale.

Se l’interruzione delle attività è stata pressoché istantanea e estesa a tutti i comparti tranne quelli essenziali, la ripresa richiederà una lunga e complicata fase di transizione in cui si tornerà al lavoro a singhiozzo e a macchia di leopardo. In vista delle prevedibili difficoltà di questa fase si rende necessario riconvertire rapidamente, man mano che diviene possibile, la spesa che oggi serve al sostegno delle famiglie nel periodo di assenza dal lavoro in spesa a supporto del ritorno al lavoro e per la riorganizzazione dei luoghi di lavoro. Per iniziare a delineare una strategia per la transizione proviamo a indicare gli elementi che ci sembrano più importanti, con l’idea che non si può morire di sostegno al reddito. Il lavoro determina la crescita della persona e della società, anche in tempo di Covid-19.

La nostra proposta muove da un metodo. Riteniamo che sia utile distinguere, in primo luogo, tra fase emergenziale e fase post-emergenziale. Quella post-emergenziale è più importante perché attiene alla ricostruzione del tessuto imprenditoriale e del correlato lavoro. Concentriamo, sulla fase post-emergenziale, gli sforzi nazionali e europei che si stanno ipotizzando in questi giorni (SURE, cassa integrazione europea, MES, clausola di sospensione del Patto di Stabilità, l’acquisto programmato delle attività da parte della BCE, aiuti di stato, fondi strutturali, etc.). La fase emergenziale, di breve periodo, è gestita come si può, con strumenti tradizionali di sostegno al reddito (cassa integrazione e istituti simili) e alcune flessibilità interne (lavoro agile). Il che sta dimostrando alcune vulnerabilità del nostro sistema attuale. Faremmo bene a esaminare ciò che non va per riformarlo. In secondo luogo, è utile distinguere tra lavori che possono essere svolti anche da remoto con l’utilizzo di tecnologie avanzate e lavori che debbono essere necessariamente svolti in fabbrica, sulla linea di produzione, nelle corsie di un ospedale, nella gestione della logistica, in un ristorante, etc.

Condividiamo gli elementi della nostra proposta per aprire un dibattito. Nella fase di transizione e post-emergenziale alcune imprese e settori potranno ripartire prima, altri solo più tardi, alcune imprese non saranno subito pronte o avranno bisogno di tempo per riconvertirsi e adeguarsi a nuovi standard di sicurezza e organizzativi, altre potrebbero non ripartire affatto, altre ancora conosceranno una fase di boom per l’esplodere di una domanda rimasta compressa nel lockdown o di nuovi consumi. Alcune categorie di lavoratori potrebbero tornare al lavoro prima di altre in funzione dei diversi rischi sanitari o delle competenze richieste, programmati alla luce del protocollo del 14 marzo 2020 e dei relativi piani aziendali. In questa fase sarà necessario evitare che le sfasature diventino strozzature esiziali per la ripresa economica. A questo scopo è bene tenere pronta una batteria di strumenti: sussidi e incentivi per l’occupazione, schemi di flessibilità degli orari di lavoro gestiti dalla contrattazione collettiva, forme di mobilità temporanea e variazione del lavoro, anche tra imprese, piani aziendali di sicurezza sul lavoro che mitigano il rischio di Covid-19, anche negoziati con le rappresentanze dei lavoratori. Inoltre, torna di nuovo urgente la riconfigurazione e il potenziamento dei servizi pubblici e privati, adeguati ai sistemi digitali più evoluti, a supporto della ricollocazione di quanti saranno senza lavoro.

Nella fase post-emergenziale sarà necessario definire programmi estesi di formazione e riqualificazione funzionali all’applicazione dei nuovi standard di sicurezza Covid-19 e per l’introduzione di nuove e più flessibili forme di organizzazione del lavoro (turni, indennità, multi-periodalità). I fondi interprofessionali potranno giocare un ruolo importante nel finanziamento e nella progettazione di interventi di re-skilling, effettuati anche digitalmente, con abbinamento del sostegno al reddito con la formazione professionale. I lavori che si possono svolgere da remoto necessitano di investimenti in tecnologie avanzate non solo per il document management, ma anche per lo scambio di conoscenza, la verifica dell’attività svolta, il controllo sulla performance, il collegamento con clienti e utenti. Tali investimenti debbono essere rivolti prevalentemente alle imprese che si muovono nelle catene di valore, con l’obiettivo di mantenere un piano equilibrato di concorrenza tra grandi corporations e PMI. I lavori che debbono essere svolti nei luoghi tradizionalmente deputati alla produzione, alla distribuzione, ai servizi, debbono essere oggetto di speciale protezione. Per fare ciò è necessario investire in tecnologia avanzata da applicare al corpo del lavoratore in fabbrica. Si dovrà bilanciare, con regole certe, l’insieme dei diritti della persona, tra cui la riservatezza, con la necessità di proteggere la salute pubblica e con l’iniziativa privata imprenditoriale. Il monitoraggio, il controllo, le visite mediche saranno strumenti più efficaci se saranno digitalizzati, con l’obiettivo di rendere noti i rischi di contagio. Si dovrà trovare un nesso ragionevole di continuità tra strumenti di sostegno al reddito (cassa integrazione e NASPI) e strumenti assistenziali (tra cui il reddito di cittadinanza). Non si può immaginare di spostare gruppi professionali dal lavoro al non-lavoro assistito, senza effetti sulla sostenibilità dei sistemi di sicurezza sociale.

Serviranno misure destinate ai giovani prossimi all’ingresso nel mercato del lavoro. Se gli anziani stanno pagando il conto più pesante in termini di danni alla salute e di numero di morti, sono i giovani i più esposti a subire i danni più duraturi nel lavoro. Del resto, essi sono ben attrezzati per quanto riguarda le competenze digitali che saranno richieste nel mercato del lavoro del dopo-Covid19. Le politiche pubbliche, la contrattazione collettiva, le scuole, l’università devono sin da subito farsi carico di potenziare le possibilità di formazione e di accesso al lavoro per questa generazione che altrimenti rischia di essere persa. Sarà necessario anche introdurre misure per il mantenimento delle immatricolazioni universitarie.

 

*Giuseppe Croce insegna Politica economica e politiche del lavoro presso il dipartimento di Economia e Diritto dell’Università la Sapienza

**Michele Faioli è consigliere del Cnel e docente di Diritto del lavoro alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica

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