LibertàEguale

Legge elettorale, una proposta per superare la confusione

di Francesco Armillei

 

I problemi alla luce del sole

Probabilmente nessuno sentiva il bisogno di questo enorme esperimento sociale, ma l’avvicinarsi delle elezioni ci ha dimostrato nuovamente i limiti e i problemi della nostra attuale legge elettorale. Tra i tanti che si potrebbero elencare, basterebbe semplicemente chiedere ad una qualsiasi persona (anche in possesso di un titolo di dottorato, lo so per esperienza personale) di spiegare il meccanismo di funzionamento del corrente sistema di trasformazione dei voti in seggi: la risposta sarebbe solo un eloquente imbarazzato silenzio. La pressoché totale inintelligibilità all’elettore – non solo quello medio, ma anche all’elettore istruito e informato – basterebbe da sola per bollare come inadeguata una legge elettorale. Da questa mancata comprensione deriva infatti una rottura del sistema di incentivi e accountability su cui si fonda ogni democrazia.

A ciò si aggiungano poi i ben noti problemi dell’effetto flipper (rompicapo tanto per i candidati, privati dell’incentivo di fare campagna elettorale sul territorio, quanto per gli elettori, privati di un legame tra il proprio voto e il risultato finale), le liste bloccate (per quanto corte), l’assenza di contestuali primarie, l’assenza di voto disgiunto, la forzatura delle coalizioni pre-elettorali. Di fronte a tutti questi problemi mi sembra emergere quindi la necessità di un cambiamento. Non è una conclusione innocua: personalmente vedo nell’iperattivismo legislativo in materia di legge elettorale una manifestazione e una fonte di problemi per la democrazia italiana. Mi sembra da questo punto di vista calzante la descrizione che Dante fa nel Canto VI del Purgatorio di Firenze:

Quante volte, del tempo che rimembre, legge, moneta, officio e costume hai tu mutato e rinovate membre! E se ben ti ricordi e vedi lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma”.

Insomma, fuor di terzina: una buona legge elettorale è una legge elettorale stabile. Eppure, occorre riconoscere che questa regola si fondo sull’implicito assunto che una legge elettorale stabile dia vita ad un razionale sistema di incentivi per le forze politiche e per gli elettori, che possano quindi aggiustare il tiro delle loro scelte a ogni giro di giostra. Temo invece che il Rosatellum, per i motivi di cui sopra e per il combinato disposto con l’attuale forma di governo del nostro paese, non possa dare vita a questo circolo virtuoso.

Ragionare per obiettivi

Se quindi un nuovo cambiamento è necessario, la prima domanda da porsi è: quali sono gli obiettivi da raggiungere? Questo è infatti l’unico modo sensato di approcciare il problema. Non esiste una legge elettorale perfetta.

Esistono leggi elettorale diverse che rispondono bene o male a obiettivi diversi. Io considero personalmente in questo momento prioritari tre obiettivi:

1) una legge elettorale semplice e facilmente comprensibile a tutti gli elettori (e non solo quelli che passano troppe ore al giorno su Twitter)

2) una legge elettorale che dia all’elettore lo scettro del potere nella scelta degli eletti

3) un sistema elettorale che implementi una moderata razionalizzazione del sistema partitico, superano al contempo l’ircocervo delle “coalizioni pre-elettorali” che innescano dinamiche irrazionali nel gioco politico.

Gli obiettivi da raggiungere con la prossima legge elettorale devono essere il primo passo di qualsiasi ragionamento su questo tema da parte di chiunque si cimenti. Dal mio punto di vista raggiungere questi tre obiettivi vorrebbe dire contribuire a rafforzare la legittimità delle istituzioni democratiche del nostro paese e a migliorare la qualità delle decisioni prese.

Due postille a questi obiettivi.

In primis, la regola legge elettorale stabile uguale buona legge elettorale vale ancora. Per questo serve sincerarsi che, per quanto possibile, il cambiamento che ci aspetta sia poi foriero di stabilità. Da questo punto di vista la proposta di inserire una previsione costituzionale che imponga l’entrata in vigore di una nuova legge elettorale nelle elezioni successive a quelle seguenti l’approvazione della legge stessa (proposta avanzata, tra i tanti, anche da Boeri e Perotti sulle pagine di Repubblica) mi sembra molto ragionevole.

Seconda postilla: se una legge elettorale è un insieme di regole che trasforma i voti in seggi (e che ovviamente condiziona il modo in cui quei voti vengono espressi) non si può pensare che il gioco democratico termini qui. La forma di governo, se vogliamo, è il sistema di regole che trasforma i seggi in governi e in decisioni politiche. E non è possibile ragionare per compartimenti stagni, ma occorre sempre tenere insieme ragionamenti su legge elettorale e su forma di governo. In quanto segue mi pongo in uno scenario con una forma di governo non mutata rispetto all’attuale (o marginalmente aggiustata, come sarebbe stato in caso di approvazione del referendum costituzionale del 2016). Un sistema elettorale funziona se trasforma i voti in seggi in una maniera coerente con il metodo di trasformazione dei seggi in governi, dove per coerente intendo in grado di assicurare una democrazia decidente agli elettori. Chi vi parla di legge elettorale senza considerare questo secondo step è come se stesse compiendo un uno-due a calcio in cui il secondo calciatore si scorda di ripassare la palla al primo: per fare goal serve considerare l’uno-due nella sua interezza.

Proporzionale locale con preferenza obbligatoria

Per recuperare semplicità e comprensibilità, e al contempo sgomberare il campo dall’unicum delle “coalizione pre-elettorali” la prima cosa da fare è abolire il doppio binario uninominale-proporzionale. Quel che noi dobbiamo ottenere infatti è una ragionevole razionalizzazione del sistema partitico ma senza generare dinamiche perverse. Un sistema maggioritario (che sia a turno singolo o a doppio turno), con l’aggiunta all’italiana delle coalizioni di partiti multipli a sostegno di un unico candidato, non è l’unico mezzo per ottenere tale fine. E inoltre, dopo trenta anni dall’inizio della “transizione”, io credo che dobbiamo prendere atto che probabilmente non è un sistema coerente con la cultura degli elettori e dei partiti italiani. Le elezioni 2022 certificano nei fatti il ritorno ad uno schema di gioco proporzionale. Nei fatti. Da cui occorre partire.

Possiamo quindi ottenere lo stesso obiettivo di moderata razionalizzazione del sistema partitico con un mezzo diverso, guardando più al modello spagnolo (e in subordine tedesco) che a quello inglese (e in subordine francese). Il nuovo sistema elettorale dovrebbe quindi essere basato su un impianto proporzionale, con circoscrizioni piccole, da 3-5 seggi. Circoscrizioni ritagliate all’interno dei confini regionali e tali per cui quelle per il Senato siano costruite come aggregazioni di quelle per la Camera. L’assegnazione dei seggi dovrebbe avere luogo a livello di circoscrizione o a livello di regione. Non più a livello nazionale. Non vi dovrebbe essere previsione di coalizioni pre-elettorali con “valore legale” e vi dovrebbe essere una soglia di sbarramento del 3-5% su base regionale. Fin qui per quanto riguarda il metodo di calcolo del numero di seggi, che risponde agli obiettivi di semplicità, ragionevole razionalizzazione del sistema partitico e maggiore rispondenza tra la scelta sul territorio dell’elettore e le conseguenze di tale scelta.

Altro passaggio fondamentale è, dati i seggi spettanti a ciascun partito, la scelta dei candidati a cui assegnare tali seggi. Alla luce degli obiettivi elencati sopra, e in particolar modo alla luce della necessità di restituire ai cittadini lo scettro del potere nella scelta dei candidati, e dato l’abbandono di un metodo uninominale, un qualche meccanismo di utilizzo delle preferenze torna a essere necessario. Nel dibattito pubblico a mio avviso tale metodo viene eccessivamente demonizzato, soprattutto alla luce del fatto che è correntemente utilizzato senza troppi drammi sia per le elezioni europee che per quelle dei consigli comunali in tutto il paese. Eppure, l’espressione volontaria di una preferenza da una lista di candidati, soffre ancora di un vizio: è uno strumento per pochi, che lascia lo scettro del potere nelle mani dei partiti, che di fatto governano il processo di espressione delle preferenze dei pochi elettori che si avvalgono di questa scelta. Per tutti gli altri elettori, la scelta avviene solo sulla base dei partiti. Come porre rimedio a questi vizi? Una opzione che mi sembra ragionevole e che non ho visto avanzata in precedenza è quella della preferenza obbligatoria. L’elettore trova sulla scheda elettorale l’elenco dei candidati per la propria circoscrizione raggruppati per partito e esprime il suo voto barrando il nome di uno dei candidati (o un tondo accanto ad esso), non il simbolo del partito e eventualmente uno dei candidati.

 

È insomma possibile votare per un partito solo votando per uno dei suoi candidati. Il numero di voti utilizzato per il calcolo dei seggi sarà la somma delle preferenze raccolta dai candidati di ciascun partito. Gli elettori saranno quindi “obbligati” a confrontarsi con la scelta di chi mandare in parlamento e i candidati saranno “obbligati” a cercare i voti dei propri elettori.

Corollari

Alcuni corollari a questa proposta. Si dirà che l’elenco in cui i candidati appariranno sulla scheda elettorale è importante, perché alcuni elettori potrebbero semplicemente votare per il primo candidato in lista come metodo euristico per esprimere la propria preferenza. Bene, questo nei fatti è un non-problema, perché l’ordine dei candidati sulla scheda sarà deciso dai partiti e sarà oggetto di contrattazioni interne ai partiti né più né meno di oggi. Ma il “potere” di tali contrattazioni sarà invece marginale rispetto ad oggi. Alcuni vincoli potrebbero essere introdotti in questo caso, come quelli dimostratisi utili sull’alternanza di genere. Si dirà poi che un tale cambio rischia di portare molti elettori a commettere errori nell’espressione del proprio voto (per esempio barrando il partito), invalidando la propria scheda. Bene, dovremo allora scrivere sulla scheda stessa le istruzioni per votare, come si fa in altri paesi. Una massima che non dovrebbe mai essere dimentica è “Se vuoi che le persone facciano qualcosa, devi renderglielo semplice”. Si dirà poi che rinunciare ad una impianto maggioritario è un vulnus alla governabilità e alla stabilità del paese. Bene, gli ultimi 15 anni ci dimostrano che non abbiamo ottenuto granché su questi fronti e credo che la finestra di opportunità apertasi nei primi 15 anni dall’inizio della transizione, dove pure il meccanismo cominciava a funzionare, sia oggi chiusa. Come detto prima, tra l’altro, è importante distinguere tra mezzi e obiettivi: il maggioritario non deve essere un obiettivo in sé, ma un mezzo per raggiungere obiettivi che, tuttavia, possono essere ottenuti anche in altri modi. Si dirà poi che vi sono altri aggiustamenti da fare. Vero, condivido. In particolare: implementare la possibilità di raccolta digitale delle firme per la presentazione delle liste, abolizione del privilegio garantito ai partiti già in parlamento di esenzione da tale raccolta delle liste, introduzione della possibilità del voto anticipato e voto in seggio diverso dal proprio (in linea con il documento recentemente prodotto dal Ministero per i Rapporti con il Parlamento), impedire le candidature multiple di qualsiasi tipo e ragionare sulla possibile richiesta di un legame tra il domicilio/residenza del candidato e la sua circoscrizione.

La strada da fare insomma è lunga, e le condizioni perché si realizzi difficili, ma non possiamo dimenticare che da buone regole democratiche derivano buone decisioni nell’interesse di tutti i cittadini, da regole democratiche confuse decisione confuse nell’interesse di pochi.

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