LibertàEguale

Lettera aperta a Landini, nuovo segretario Cgil

di Pietro Ichino

 

L’appello all’unità del movimento sindacale lanciato da Maurizio Landini nel suo discorso d’investitura, se non vuole essere un rituale vuoto, deve concretarsi nello scioglimento di alcuni nodi strategici, sui quali negli ultimi anni si sono determinate diverse lacerazioni tra Cgil, Cisl e Uil.

 

Caro Maurizio, passati i giorni degli auguri di circostanza, ti propongo alcune considerazioni sui compiti non facili che ti attendono.

 

Negli ultimi due o tre anni tutti gli osservatori più attenti hanno apprezzato il tuo impegno a far riemergere la tua anima antica di “contrattualista”, correggendo certi toni da leader di partito, che erano parsi caratterizzare la tua figura pubblica in precedenza. La Cgil, in diversi suoi comparti, ha anch’essa bisogno di una correzione in questo senso. Il consiglio è di tornare al linguaggio pacato e pragmatico proprio del sindacalismo migliore, rinunciando alla polemica da pari a pari contro questo o quel partito, o esponente politico: il compito del sindacato è un altro. Per esempio, la battuta contro Salvini e Di Maio nel tuo discorso di investitura di venerdì (parlano di povertà, ma non sono mai stati poveri), a parte la sua pochezza sul piano dell’argomentazione, non mi sembra comunque appropriata in bocca al leader di un grande sindacato.

 

È stato molto bello, invece, che fra i primi temi di quel discorso tu abbia posto il rilancio del processo di unità sindacale. Sarebbe davvero un evento epocale se all’annuncio seguissero alcuni atti concreti. Tra questi, molto significativo sarebbe un riconoscimento esplicito da parte della Cgil dell’errore commesso a Pomigliano d’Arco e a Mirafiori nel 2010, quando non soltanto rifiutò senza appello il piano industriale proposto da Sergio Marchionne perché richiedeva tre deroghe al contratto collettivo nazionale, ma anche attaccò molto duramente Cisl e Uil dando loro dei “sindacati gialli” per aver compiuto la scelta opposta. Del resto, l’anno dopo la Cgil firmò un accordo interconfederale nel quale quelle tre deroghe e molte altre possibili vennero pienamente sdoganate.

 

Cito quell’episodio, perché nel XXI secolo non ha senso parlare di unità sindacale se non sulla base della convinzione comune che lavoratori e imprenditori non sono forze per loro natura antagoniste: al contrario, non possono neppure esistere gli uni senza gli altri; e condividono l’interesse comune alla massima efficienza delle aziende, quindi anche a favorire i piani industriali più innovativi. Il sindacato del XXI secolo deve essere l’intelligenza collettiva dei lavoratori capace di guidarli nella valutazione dei nuovi piani industriali e dell’affidabilità di chi li propone. Se la valutazione è positiva, deve saperli guidare nella negoziazione a 360 gradi della scommessa comune con la controparte, da qualsiasi parte del mondo provenga: oggi è interesse vitale dei lavoratori mettere il più possibile gli imprenditori indigeni in concorrenza nel mercato del lavoro con i migliori imprenditori provenienti dal restante 99 per cento del pianeta. Che significa rendere il nostro Paese attrattivo per il maggior numero possibile di imprese multinazionali.

 

Il sindacato del XXI secolo, poi, a differenza di quello del XX, deve imparare a porsi al servizio anche dei lavoratori delle imprese minuscole, dei marginali e precari, dei platform workers della gig economy, dei disoccupati. La protezione più efficace che il sindacato può offrire loro non si colloca dentro l’azienda, ma fuori, nel mercato del lavoro: consiste principalmente nel rendere effettivo quel “diritto soggettivo alla formazione professionale efficace” di cui parlava Bruno Trentin negli anni ’80 e ’90 e che è stato recepito per la prima volta nel contratto dei metalmeccanici del 2017. Ma perché la formazione sia efficace occorre che si finanzi soltanto quella che assicura un alto tasso di coerenza con gli sbocchi occupazionali successivi; occorre dunque un monitoraggio capillare e rigoroso attraverso una anagrafe della formazione professionale; occorrono buoni servizi di informazione e assistenza nel mercato; e occorre un sindacato fortemente impegnato nel rivendicare e difendere questi diritti per la generalità dei lavoratori. A quando una grande mobilitazione unitaria dei confederali, uniti nel rivendicare l’efficienza ed efficacia dei servizi per lavoratori e imprese nel mercato del lavoro?

 

Tra i lavoratori deboli ci sono anche quelli retribuiti con i buoni-lavoro, i voucher. Su questa forma di lavoro due anni fa si è determinata l’ennesima lacerazione tra Cgil e Cisl, l’una convinta che la soppressione dei voucher potesse produrre la migrazione di tutti questi lavoratori nell’area del lavoro protetto ordinario, l’altra convinta che invece il risultato sarebbe stato per lo più la loro scomparsa nel nulla o nel lavoro nero. Ricucire quella lacerazione è possibile soltanto se l’intero movimento sindacale accantona le posizioni preconcette e accetta – anzi rivendica dall’esecutivo e dal legislatore – che nella decisione delle misure di politica del lavoro si applichi il metodo sperimentale, come si fa pacificamente per i farmaci prima che essi vengano adottati per curare le malattie. Come si è fatto in Finlandia per il reddito di cittadinanza (con l’esito negativo che sappiamo). Le scienze sociali oggi consentono di misurare sperimentalmente con precisione gli effetti positivi e quelli indesiderati delle misure di cui si discute.

 

Poi ci sono i lavoratori di ieri. Fa benissimo la Cgil a respingere la polemica di chi ironizza sui milioni di pensionati suoi iscritti: è sacrosanto rappresentarli insieme ai lavoratori attivi. Il loro primo interesse, però, è la certezza delle rendite future; e per tutelarlo davvero occorre che le legittime rivendicazioni di una maggiore flessibilità dell’età del pensionamento da parte dei lavoratori attivi non portino a consolidare la tendenza in atto da tempo al peggioramento del rapporto tra attivi e pensionati.

 

L’unità d’azione tra le confederazioni maggiori, se non l’unità organica, è necessaria anche per sanare una piaga grave che affligge il tessuto produttivo italiano, minandone la competitività nel mercato globale degli investimenti: la volatilità, disorganicità e complessità della legislazione del lavoro. L’Italia ha urgente bisogno di un sistema delle relazioni industriali più autorevole, capace di rivendicare a sé, quindi alla contrattazione collettiva, il ruolo di regolatore principale dei rapporti di lavoro. Questo implica che si mandi in soffitta la preferenza che una parte del movimento sindacale ancora oggi più o meno apertamente nutre per l’intervento legislativo rispetto alla contrattazione: preferenza radicata nell’idea che anche il sindacato, come il singolo lavoratore, sia una parte necessariamente debole nei rapporti di forza negoziale e perciò bisognosa dell’intervento protettivo del legislatore.

L’agenda è fitta. Sinceri auguri, segretario Landini!

 

Già pubblicato su lavoce.info

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