LibertàEguale

Libertà Eguale: quali compiti per il futuro

di Michele Salvati

 

Lo stimolo a scrivere queste note me l’ha dato la dispersione dell’area renziana, sino a ieri maggioritaria nel PD, in diverse mozioni congressuali: il grosso con Martina (dopo la rinuncia di Minniti), ma alcuni anche con Zingaretti e molti con Giachetti-Ascani.

Sotto il profilo politico-ideologico quest’ultima scelta è la più coerente con il disegno renziano, quella di Zingaretti lo è assai meno, e quella di Martina si comprende se gli ex-renziani riusciranno ad esercitare una forte influenza su questo candidato. L’area renziana, per la sua origine e lo scarso impegno di Renzi nella formazione politico-ideologica e nell’organizzazione del partito, non era un gruppo coerente e convinto di sinistra liberale e, nel frammentarsi tra i diversi candidati al congresso, hanno probabilmente giocato motivazioni contingenti e di opportunità.

Una ragione di più per tentare un profilo ideologico della sinistra liberale – la posizione politica che Libertà Eguale sostiene da vent’anni – e soprattutto indicare i caratteri essenziali del programma per l’Italia al quale la nostra associazione dovrebbe contribuire e le difficoltà che questo incontra.

 

La sinistra liberale: un rinvio e un’avvertenza

La sinistra liberale rappresenta una gamma di posizioni politico-ideologiche che – se pur influenzate dal socialismo – possono essere ricondotte alla tradizione liberale, al pensiero politico che ha forgiato la modernità europea: la connotazione di “sinistra” si riferisce alle condizioni di eguaglianza che devono essere assicurate ad ogni individuo (…al maggior numero possibile, siamo realisti!) per poter godere effettivamente di condizioni di libertà.

Si tratta di un obiettivo difficile: le libertà devono includere la libertà di mercato, necessaria per garantire pluralismo e democrazia, oltre che efficienza economica. Ma libertà di mercato e capitalismo, insieme a inevitabili differenze di capacità individuali, generano diseguaglianze nelle possibilità dei singoli di godere di una “libertà eguale”, e i mezzi per contenerle entro limiti accettabili necessariamente richiedono l’intervento dell’autorità politica. Questo però potrebbe spingersi sino al punto da minacciare le libertà economiche, e in casi estremi le stesse libertà politiche (cfr. Salvati su Walzer, A proposito di libertà e uguaglianza. Il Mulino, 2018/1).

Dunque è necessario un bilanciamento e la storia della seconda metà del secolo scorso ne ha mostrato alcuni buoni esempi. Sul dibattito filosofico-ideologico devo però rinviare a un mio intervento (I pilastri della casa liberale) incluso nel libro di Pietro Reichlin e Aldo Rustichini (Pensare la sinistra. Tra equità e libertà, Laterza, 2012): in esso sono ricordati anche lavori più impegnativi e, attraverso di questi, buona parte della letteratura in materia. Quel dibattito, in ogni caso, si colloca ad un livello troppo astratto per discriminare all’interno di posizioni politiche tutte appartenenti in senso lato alla sinistra liberale: ad essa appartengono  sia concezioni socialdemocratiche, sia tentativi di Terza Via.

Per capire quale variante sia consigliabile per il PD nell’attuale situazione italiana è necessario entrare nel dettaglio: un primo tentativo d’insieme è il programma di governo, le 11 tesi riformiste, redatto da Enrico Morando per “LibertàEguale”. In un ambito programmatico più circoscritto, ma importante e più approfondito, è molto utile il libro di Marco Leonardi su Le riforme dimezzate, Egea, 2018.  

Queste note hanno un proposito diverso e preliminare. Esse sono destinate ad una circolazione interna a Libertà Eguale e mirano a verificare la coerenza e segnalare le difficoltà di una posizione politica di sinistra liberale quando viene applicata alla situazione italiana di oggi e di un futuro prevedibile. Non si tratta dunque di un programma di governo, perché le riforme prese in considerazione sono limitate nel numero e appena accennate nei contenuti. E men che meno si tratta di un manifesto elettorale, destinato a un congresso di partito o ad una competizione tra partiti in una elezione politica: non si scrive un manifesto mettendo in evidenza le difficoltà e i limiti della posizione politica in esso sostenuta. Spero però si tratti di annotazioni utili per entrambi i propositi. 

 

Vincoli e opportunità: premesse a un programma di governo

La premessa necessaria di un programma di governo di sinistra liberale è quella di dire la verità, di rappresentare in modo realistico e alla luce delle migliori conoscenze di cui disponiamo l’insieme di vincoli e opportunità che condizionano il programma di riforme che il partito propone al paese.

Abbiamo sotto gli occhi le contorsioni cui sono costretti i partiti populisti che hanno vinto le elezioni sulla base di promesse irrealizzabili: comportarsi in modo opposto al loro potrebbe persino essere apprezzato dagli elettori, anche se sinora ciò non è avvenuto. Raccontare la verità: su che cosa? Anzitutto sul regime politico ed economico internazionale nel quale siamo coinvolti, la globalizzazione neoliberale. In secondo luogo sull’Unione Europea e sull’Eurozona. In terzo luogo sulle condizioni del nostro sistema economico e istituzionale. Brevemente su questi tre grandi ambiti problematici.

Circa il primo, la verità e il realismo ci costringono ad accettare come un dato i vincoli (e le opportunità) che l’attuale regime politico ed economico internazionale ci prospetta. Come paese semi-sovrano possiamo certo partecipare a tutte le iniziative in cui si dibattono i grandi temi dell’ordine politico ed economico mondiale e lì assumere, possibilmente insieme all’Unione Europea, le posizioni più avanzate possibili, ad esempio quelle che sulla globalizzazione sono condivise da studiosi progressisti come Dani Rodrik. Ma sempre consapevoli che le vere decisioni saranno la conseguenza dell’incontro/scontro tra grandi potenze, e che all’Italia resterà solo la possibilità di adattarsi alle evoluzioni dell’ordine mondiale e inserirsi negli interstizi che esso lascia aperti.

Il duro disegno della globalizzazione neoliberale – quello che ha sostituito il disegno più benigno di Bretton Woods ed è dominante dalla fine degli anni 80 del secolo scorso – rappresenta le braci in cui ricadremmo se uscissimo dalla padella (?) dell’Unione e dell’Eurozona, e questa è una cosa che persino i nostri populisti sembrano aver capito. Niente da fare, allora? No, c’è molto da fare, e per due ragioni. La prima è che anche un paese non egemone deve comunque definire una sua politica estera e/o contribuire a definire quella dell’alleanza cui appartiene, l’Unione Europea. La seconda è che, se il contesto mondiale è cosi importante per attuare il disegno che i liberali di sinistra si propongono, un grande impegno intellettuale e politico dovrebbe essere dedicato, insieme chi la pensa in modo analogo in altri paesi, alla ricerca di diverse condizioni di globalizzazione. Insomma, per farmi capire subito, alla ricerca di una nuova Bretton Woods e di un nuovo Keynes in condizioni radicalmente diverse da quelle che prevalevano alla fine della seconda guerra mondiale.  

Circa il secondo – i vincoli che ci legano all’Europa – si sta svolgendo sotto i nostri occhi la costosa farsa della marcia indietro dell’attuale governo rispetto a promesse  elettorali che contrastavano con impegni assunti in sede Europea. Anche se gli attuali equilibri politici dell’Unione non consentono interventi di solidarietà interstatale significativi (…ma la Lega non protestava addirittura contro interventi nazionali di solidarietà interregionale?); e anche se i trattati dell’Eurozona sono in buona misura una cinghia di trasmissione di vincoli che dovremmo comunque rispettare nel contesto dell’attuale globalizzazione neoliberale,… l’Unione è molto di più di questo: è il più grande e progressivo disegno politico europeo di questo dopoguerra e mettere in dubbio la nostra adesione ad esso è “peggio di un crimine, è un errore”.

Le vicende di questi mesi, la stessa trattativa continua con Bruxelles, dà all’opinione pubblica un’idea profondamente sbagliata: che sia l’Europa a imporci ostacoli a misure che migliorerebbero le condizioni di vita dei nostri concittadini. Non è vero, non ci sarebbe alcun solido miglioramento se uscissimo dall’Unione e le conseguenze della crescita del disavanzo e del debito, nel contesto interno e internazionale in cui ci troviamo, sarebbero molto gravi: la recente prolusione di Mario Draghi alla Scuola S. Anna di Pisa in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa le segnala con il massimo di chiarezza  compatibile con la brevità dell’occasione e il ruolo ufficiale che il “laureato” ricopre. Essa mostra inoltre alcuni dei progressi possibili anche per paesi che non intendono spogliarsi di aspetti significativi della loro sovranità in materie di politica economica.

Si potrebbe certo fare di più e il recente manifesto di Piketty e Vauchez (Manifesto for the Democratization of Europe, in www.Social Europe, 28/12/2018) indica alcuni obiettivi che potrebbero  essere raggiunti in sede europea e che rafforzerebbero un orientamento di sinistra liberale: sarebbe però necessaria  una maggiore uniformità politica e dovrebbero esserci minori dissensi dovuti a ragioni nazionali, condizioni queste che per ora è difficile immaginare.

Ma anche se condizioni politiche così favorevoli non sono presenti a livello europeo, un governo italiano più affidabile, non populista, potrebbe ottenere dall’Europa un aiuto che al momento sembra precluso.

E’ a tutti noto che il disegno dell’Unione e dell’Eurozona contiene un vizio di origine: l’assenza di un coordinamento  delle politiche economiche nazionali degli stati membri che tenga conto delle loro diverse esigenze, ed a questa assenza di coordinamento e alle attuali difficoltà ad imporla è in parte dovuto l’allargamento del divario di crescita tra Nord e Sud dell’Europa. E’ altrettanto noto che è in corso un conflitto per rettificare quel vizio di origine, un conflitto politico in cui sono in gioco diverse concezioni economiche e diverse valutazioni degli interessi nazionali. In questo conflitto è incerto chi risulterà vincitore e in quali tempi: per un elementare principio di precauzione è pertanto indispensabile che chi combatte per un approfondimento del disegno europeo e si impegna affinché quel vizio sia superato nel frattempo si attrezzi a contare soprattutto sulle proprie forze. Che è anche il modo in cui le proposte italiane potrebbero ottenere un maggior ascolto in Europa.

Ma le forze del nostro paese sono scarse: vengo allora all’ultimo punto, al terzo grande ambito problematico sul quale è essenziale avere idee chiare, sostenute dalla migliore ricerca disponibile. Il nostro paese versa in una crisi di antica origine, una crisi che, se non fosse contrastata, lo condannerebbe al declino (cfr. Emanuele Felice, Ascesa e declino, Mulino, 2015). Di questo sono convinto da molti anni e ho cercato di giustificare questa convinzione in numerosi lavori cui debbo rinviare: una breve sintesi recente si trova in un saggio – L’Italia non poteva approdare in Giappone: perché? – contenuto nell’Annale Feltrinelli curato da Franco Amatori, L’approdo mancato, 2017: qui si possono trovare anche alcuni dei riferimenti a lavori più articolati e impegnativi. Molti sono ora convinti della gravità e dell’origine lontana della crisi, e riferimenti a periodi o a cause economiche e politiche più recenti (la Seconda Repubblica, l’Euro?) o addirittura a singoli governi (Berlusconi, Renzi…?) non reggono ad una analisi critica.

Questo però complica non poco le cose: i caratteri che rendono difficile una ripresa della crescita sono radicati in profondità nella struttura economica e istituzionale italiana e sradicarli esige tempo, coerenza d’intenti, le migliori competenze disponibili e grande impegno. E nei brevi periodi che la democrazia concede ad un progetto riformatore i benefici quasi sicuramente non si vedranno, con la probabile conseguenza che il progetto venga interrotto dal governo successivo.  Con l’insofferenza popolare ora predominante, quella che spiega il successo (non solo italiano) dei movimenti populisti, questa probabilità è quasi certezza. Esiste una via d’uscita da questo cul de sac?

 

Una via di uscita?

Vediamo di riassumere. Le forze che alimentano o contrastano l’attuale regime di globalizzazione neoliberale, che generano fasi di sviluppo o di recessione, sfuggono al controllo di stati nazionali non egemoni e di decisioni politiche democratiche. L’Unione Europea, se parlasse con una voce sola, potrebbe avere una notevole influenza; nelle attuali condizioni interne la sua influenza è però molto debole. E’ più forte quella che essa esercita sui singoli paesi che la compongono, in particolare sui membri dell’Eurozona. Su questi essa articola (come “cinghia di trasmissione”) gli obiettivi che un paese inserito nella globalizzazione neoliberale dovrebbe perseguire per crescere – elevata competitività ed equilibrio fiscale (nel caso italiano, riduzione progressiva del debito pubblico).

Queste condizioni sono anche quelle che, oltre a favorire la crescita, consentirebbero  a un paese importante e fondatore di avere una voce significativa nelle decisioni dell’Unione. Date le difficoltà politiche connesse alla riduzione progressiva del debito, è comprensibile che l’Italia si sforzi di ottenere maggiori margini di spesa in disavanzo:  obiettivo  molto difficile, anche se la spesa fosse credibilmente finalizzata a investimenti miranti a maggiore competitività e crescita. 

Ma non è questa (o soltanto questa) la strategia da perseguire, e non possiamo presentarci all’Europa sempre e solo col cappello in mano di chi chiede maggiore “flessibilità”, continue deroghe alle regole dei trattati. Da una parte dobbiamo pretendere l’eliminazione di quello che più sopra abbiamo definito come “vizio d’origine” dell’Eurozona, dunque impegnarci affinché nei trattati siano inserite regole di coordinamento vincolanti delle politiche economiche nazionali  e combattere per farle rispettare anche ai paesi che maggiormente si avvantaggiano dell’attuale situazione di autonomia.

Dall’altra dovremmo mantenere l’impegno di dedicare gran parte delle scarse risorse economiche e amministrative di cui disponiamo alla riattivazione della competitività e della crescita italiane. Una simile strategia avrebbe la sgradevole conseguenza, sotto il profilo politico ed elettorale, che le risorse destinabili alla soddisfazione di domande di maggior benessere immediato sarebbero molto limitate, assai minori di quelle che il governi populisti vorrebbe impegnare per il “reddito di cittadinanza” e l’”abolizione della Fornero”. Ma è una conseguenza inevitabile se il partito si attiene alla sua fondamentale ispirazione anti-populista e non lascia dubbi sulla sua determinazione di garantire equilibri di bilancio che consentano un rapporto non conflittuale con l’Europa. Più a fondo, che allontanino la minaccia di attacchi speculativi contro il debito sovrano e le banche che ne detengono gran parte.

Questa è la sfida, economica, istituzionale e politica che il nostro paese deve affrontare. Se ad essa si aggiunge la necessità di un consenso elettorale solido e durevole, definire come cul de sac la situazione in cui si trova oggi il nostro paese è un pietoso understatement.

Fallito il tentativo renziano di intestare al PD una ambiziosa via d’uscita dal cul de sac, ed essendo assai dubbio che il congresso ponga fine ai conflitti interni del partito, credo che il compito di Libertà Eguale sia quello di impegnarsi nella preparazione di un futuro nel quale un governo riformista, di sinistra liberale, ostile a tutte le forme di populismo, torni ad essere possibile.

Le circostanze in cui ciò avverrà non sono oggi prevedibili, ma sono prevedibili i problemi che quel governo si troverà ad affrontare: essi saranno gli stessi di oggi, probabilmente aggravati da un peggioramento della situazione internazionale ed europea e da altri anni (?) di inazione o cattivo governo.

Se così avverrà, credo che LibertàEguale farebbe opera meritoria se impegnasse i migliori tecnici e studiosi che riesce a raggiungere nell’elaborazione delle linee guida di un governo di sinistra liberale.

Detto altrimenti, il compito che proponiamo a Libertà Eguale è quello di un distacco dalle polemiche più contingenti che agitano il PD, e la concentrazione su temi che la sinistra liberale dovrà necessariamente affrontare se in futuro si porrà di nuovo una sfida di governo. Ai nostri compagni che in quelle polemiche sono necessariamente coinvolti, per il ruolo che esercitano nel partito, negli enti locali, o come opposizione parlamentare, l’unica raccomandazione che mi sentirei di dare è quella di svolgere la loro attività, per ora prevalentemente critica, alla luce dei criteri che il partito dovrebbe seguire se fosse forza di governo. In conseguenza: attaccare l’attuale maggioranza giallo-verde sia sulla base dei propri valori di sinistra liberale, sia sulla base di un’analisi realistica di quanto sarebbe possibile fare per un paese nelle nostre condizioni economiche e istituzionali. E soprattutto non cedere alla tentazione di inseguire i populisti sul loro stesso piano, quello della demagogia e delle menzogne. 

Dunque, Linee Guida per un futuro programma di governo. Utilizzare le policy communities che già esistono per un Libro Bianco che dia un’idea chiara della direzione in cui la sinistra liberale intende muoversi. Non farsi trovare impreparati se un’occasione di governo si presentasse. E avere un testo sul quale misurare la compatibilità delle nostre proposte con quelle di forze politiche con le quale fosse indispensabile allearsi. La partenza di questo esercizio è obbligata, perché anche i governi del PD (Letta, Renzi, Gentiloni) si erano mossi nella stessa direzione, con riforme a volte fallite, a volte efficaci, a volte meno.

A partire da quel grande esercizio politico-culturale che è stata la Riforma Costituzionale, un tema destinato inevitabilmente a ritornare: come e in quali parti modificheremmo quella riforma fallita? Per continuare con le riforme della pubblica amministrazione, essenziali per migliorare l’efficienza del paese: siamo soddisfatti dell’approccio seguito dalla ministra Madia e dai suoi collaboratori? E proseguire con le riforme della scuola e dell’Università: cosa non ha funzionato nell’esperienza della Buona Scuola? Se siamo consapevoli che Scuola, Università e Ricerca sono essenziali per accrescere la competitività del nostro paese e generare maggiore eguaglianza nelle condizioni di partenza, questa sezione delle Linee Guida dovrebbe avere un grande rilievo. Come dovrebbe averlo il tema del regionalismo e del Mezzogiorno, il grande assente nell’esperienza dei governi Renzi-Gentiloni.

E poi i temi delle riforme del lavoro e dell’impresa, invece molto presenti e che dovrebbero continuare ad esserlo, perché da questi dipende la competitività del nostro paese nella fase di rivoluzione degli assetti produttivi in cui siamo immersi. E ancora: i temi del welfare e dell’immigrazione, sui quali si sta già sviluppando un’importante riflessione critica sulle proposte della Lega e dei 5 Stelle. Il tutto chiuso nel corsetto vincolante di un equilibrio fiscale sostenibile e di una destinazione prioritaria di risorse alla ricostruzione dei meccanismi che consentano al nostro paese di tornare a crescere.

“Un vaste programme”, avrebbe detto De Gaulle. Ero rimasto molto colpito, più di vent’anni fa, nell’anno precedente alle elezioni del 1997 nel Regno Unito, da come il New Labour di Tony Blair aveva preparato la sfida contro i Tories, una sfida vinta e che lo portò al potere per tre legislature. Non entro nella questione di come Blair utilizzò questa vittoria. Ma la preparazione della sfida, la costruzione del programma di governo, il coinvolgimento  del partito e delle policy communities ad esso vicine, fu molto efficace ed ebbe una notevole influenza nell’assicurare la vittoria al Labour.

Libertà Eguale è una piccola associazione di sinistra liberale e non ha le forze per promuovere un processo analogo, che può essere sostenuto solo da un partito. Solo un grande partito può infatti disporre delle risorse e fornire gli incentivi necessari a identificare e mobilitare un grande numero di persone di elevata competenza intorno alla costruzione di un programma per l’Italia. Ma Libertà Eguale potrebbe innescare il processo, se troverà nel partito forze sufficienti ad assecondarlo e se si associa ad altre iniziative che muovono nella stessa direzione: sto pensando ad esempio al gruppo di compagni socialisti che pubblica Mondoperaio o alla recente trasformazione di Democratica nella Fondazione iDemLab e ce ne sono molte altre nel mondo laico e cattolico vicine a concezioni liberali di sinistra.

Tutte forze convinte che, dopo l’ondata populista che ha travolto gli elettori, e che è stata provocata anche dall’immagine che il partito ha dato di sé, dovrà arrivare il momento della competenza, la domanda di un governo che sappia governare, che non prometta miracoli impossibili ma sfrutti tutte le occasioni disponibili – dati i vincoli in cui si trova ad agire – per migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini.

 

Tre grandi battaglie

Insomma, a chiunque vincerà la sfida del congresso Libertà Eguale dovrebbe presentare la richiesta di destinare risorse e impegno a tre grandi temi, atre battaglie culturali interconnesse.

Il primo tema non l’abbiamo affrontato in queste note, la riorganizzazione del partito in una fase di rivoluzione informatica e dei mezzi di comunicazione: è il tema sul quale insiste Mauro Calise e non l’abbiamo affrontato solo perché non si può parlare di tutto.

Del secondo – il tema ideologico-culturale – abbiamo appena fatto cenno all’inizio: ha ancora senso parlare di destra e sinistra in questo momento storico? Alcuni, anche all’interno di Libertà Eguale, lo negano. Sarei invece propenso ad una risposta affermativa, se gli obiettivi della sinistra sono ricalibrati in senso liberale, come Claudia Mancina e Claudio Petruccioli non si stancano di ripetere.

Abbiamo dedicato queste note solo al terzo tema, al programma di governo, la cartina di tornasole dell’identità di un partito. E qui ci scontriamo con l’obiezione di fondo contro il programma cui abbiamo accennato, ed è inutile girargli intorno: non si vincono le elezioni se si promette soltanto rigore – sudore lacrime sangue – molti diranno. Ma nel programma per l’Italia che la sinistra liberale auspica non si promette solo rigore, e men che meno lacrime e sangue.

Si promette solo verità sulle condizioni in cui versa il nostro paese, si promette competenza, si promette solidarietà con chi sta veramente male.

Si promette insomma “comunità”, la grande parola evocata dal Presidente della Repubblica nel suo discorso di fine d’anno.

Come nella commedia di Pirandello, in cui i sei personaggi cercavano un autore, le truppe sparse della sinistra liberale e democratica italiana stanno cercando un leader cui affidare un copione, un programma che possa far vincere il paese, non una parte di esso o una fazione politica.

Auguri!

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