LibertàEguale

L’Italia afascista di Giorgia Meloni

di Danilo Di Matteo

 

Le mie sono considerazioni (meglio: impressioni) di un osservatore appassionato, non analisi storiche o politologiche. E poco o nulla mi riferisco alla biografia della leader di Fratelli d’Italia.

Spesso da ragazzo ascoltavo i discorsi degli adulti e degli anziani di allora e mi sembrava di cogliere una discrepanza tra la loro narrazione, riguardante sia l’attualità sia il ventennio, e quella “ufficiale”, proposta dalla stampa e da quasi tutti i partiti. Da un lato scorgevo uno spaccato d’Italia afascista, ma non antifascista. Un’Italia afascista non di rado venata di nostalgia e di stima per il Duce. Dall’altro, il racconto “ufficiale” sul fondamento antifascista della Repubblica, sull’arco costituzionale e così via. Queste mie righe non alludono alle trame nere, al cosiddetto “doppio Stato”, ai tentativi di golpe. E neppure alludono all’ “antifascismo militante” dei gruppi di estrema sinistra. L’oggetto è un altro: si tratta di ragionamenti e stati d’animo vissuti da una piccola borghesia di paese, o rurale, in alcune realtà del centrosud. Stati d’animo e ragionamenti, tuttavia, propri, forse, di una parte significativa del Paese.

Del resto, basta il buon senso per comprendere come, durante il ventennio, i fascisti non rappresentassero affatto il 95% degli italiani. Il 95% della popolazione, però, probabilmente non si sentiva antifascista. Era piuttosto afascista. Insomma: è il tanto dibattuto consenso passivo, è la logica dell’adattamento e del compromesso. Analogamente – ecco la mia impressione – nell’Italia repubblicana il 95% dei cittadini non si sentiva antifascista. Certo, era diffusa la critica a una “guerra sbagliata” e alle alleanze internazionali pericolose coltivate da Mussolini, con gli esiti disastrosi che conosciamo. Ed era vivido il ricordo del dolore e delle sofferenze patite per quelle “scelte sbagliate”. Ma – ecco il punto – la “retorica” dell’antifascismo non corrispondeva, a mio avviso, al vissuto di una fetta importante del Paese. Non uso, qui, il temine “retorica” in senso spregiativo (del resto, ispirandomi ad esempio a Michele Salvati, invoco spesso una sana retorica del riformismo). Retorica qui sta per “enfasi”.

Ad aver creato i presupposti affinché milioni di persone votassero per Fratelli d’Italia, dunque, non è solo la suggestione (già vista nei decenni scorsi) per un “volto nuovo”; non è solo la logica del “proviamo”. È, anche, quell’afascismo di fondo già presente, e mascherato, durante la prima Repubblica. Qualcuno potrebbe porre sul banco degli imputati l’oblio, lo smarrimento o l’affievolirsi della memoria delle tragedie del ventennio e della guerra. Insomma: la distanza storica rispetto a ciò che, ormai, appare ai più come un lontano passato. Si tratta di un fattore che sicuramente gioca un ruolo di rilievo. Come negarlo? Io, però, scorgo anche un’importante continuità con l’afascismo sommerso dei primi quarant’anni della nostra vicenda repubblicana.

Un motivo in più, oggi e domani, per non basare l’opposizione sulle parole d’ordine dell’antifascismo; senza con ciò coltivare l’oblio.

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