LibertàEguale

L’Ucraina chiede libertà e democrazia. Ma i pacifisti la regalerebbero a Putin

di Vittorio Ferla

 

Con tutto il rispetto necessario per chi crede sinceramente nella pace, bisogna riconoscere con amarezza che la manifestazione di oggi nasce nel segno di un immenso equivoco, prima di tutto intellettuale, ma anche morale e politico. L’equivoco è quello di sventolare la bandiera della pace come bene supremo ma del tutto astratto, da perseguire anche a costo di barattarlo con altri – la verità, la giustizia, la libertà – che pure dovrebbero avere qualche voce in capitolo. La sensazione emerge chiaramente dalla lettura di alcuni manifesti che nelle settimane scorse sono stati sottoscritti e diffusi a favore – di fatto – di un immediato disimpegno militare dell’occidente dalla crisi ucraina. Chiedere infatti il silenzio delle armi durante una guerra di aggressione che la Russia non ha nessuna intenzione di concludere ha il significato di una resa che ricadrebbe prima di tutto sul popolo aggredito. Che è quello ucraino. L’ultimo manifesto in ordine di tempo è quello delle associazioni cattoliche che, interpretando forse con un eccesso di zelo le parole del Papa, sembrano dimenticare del tutto il martirio degli ucraini. Non basta infatti concedere spazio all’ormai ovvio cliché che ammette che c’è un aggressore – la Russia – e un aggredito – l’Ucraina – per aver chiuso i conti con la dimensione etica della vicenda. La pace, infatti, può essere costruita su basi solide e su fatti concreti solo ad alcune condizioni: ristabilire la verità sulle ragioni dell’aggressione, ristabilire la giustizia che deriva dal rispetto dell’ordine internazionale, ristabilire la libertà degli ucraini che oggi sono attaccati e oppressi. In altri termini, la pace può incarnarsi soltanto nella concretezza della storia degli uomini. Il manifesto delle associazioni sceglie una prospettiva opposta, a tal punto escatologica, da diventare idealistica e astratta. Concentrati esclusivamente sul rischio della minaccia nucleare e sul conseguente appello per la proibizione della armi atomiche, i sottoscrittori dimenticano completamente la richiesta di aiuto degli aggrediti. Ma così l’umanità degli oppressi lascia il campo al desiderio di sicurezza dell’occidente, incapace di assumere impegni gravosi per difendere non solo l’Ucraina, ma se stesso dalla volontà di potenza di un regime dispotico. La pace di cui discetta il manifesto – richiesta a gran voce dai cortei riuniti oggi a Roma – si raggiunge solo a condizione di regalare a Putin quello che vuole: l’Ucraina. Attenzione: non solo singole regioni, ma tutta intera. Perché così lui vuole. Ma lasciare il campo libero al disegno imperialista di Mosca significa volere la pace denunciata da Tacito: “dove fanno il deserto, lo chiamano pace”. Se, per ragionare di pace, è necessario ristabilire la verità dovremmo tutti ammettere – compresi i pacifisti a tutti i costi – che l’obiettivo dichiarato della guerra scatenata da Putin è quello di ritornare all’assetto superato con lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel quale russi ed ucraini, secondo la propaganda di Mosca, formavano un unico popolo. Questo assetto, oggi, è minacciato dall’esistenza stessa dell’Ucraina come stato che aspira all’indipendenza dal dispotismo russo, che punta a diventare un paese democratico e liberale e che, per questo, desidera entrare a far parte della comunità europea e occidentale. Questa evoluzione, considerata da Putin alla stregua di una ‘nazificazione’ dell’Ucraina, autorizzerebbe la Russia alla sistematica devastazione e distruzione del paese. L’approccio del capo del Cremlino diventa così “genocidario”, perché mira a fare scomparire l’identità ucraina con ogni mezzo possibile: le stragi indiscriminate, l’esilio dei cittadini dalla propria terra, la deportazione dei civili (soprattutto bambini orfani), l’indottrinamento delle persone nelle aree conquistate dalle armi.

Se non si parte dal riconoscimento di questa verità storica invece di vagheggiare su presunte – ma stavolta inesistenti – responsabilità dell’occidente non si fa nessun servizio alla causa della pace. Men che meno alla causa degli ucraini che sono i primi detentori e attori della propria libertà. Se, viceversa, nel nome della pace, si accetta la prevaricazione del despota e la sottomissione dell’Ucraina dovremo concludere che il diritto internazionale è uno strumento inutile e arcaico e che ciascuna potenza nucleare, quando vorrà, potrà aggredire i suoi vicini nella certezza dell’impunità e nel silenzio della comunità internazionale.

Stupisce che nessuna voce dell’ampio fronte pacifista riconosca la principale novità che viene dallo scenario di guerra: la domanda di democrazia e di libertà che viene dall’Ucraina. L’argomento è sviluppato in maniera esaustiva da Eugenio Somaini, docente di politica economica, in un recente saggio apparso sull’ultimo numero della storica rivista Mondoperaio. Per contrapporlo alla famigerata “esportazione della democrazia” con le armi che ha caratterizzato alcune fasi della nostra storia recente dopo la fine della Guerra Fredda, Somaini descrive il fenomeno come “importazione della democrazia”. I suoi tratti fondamentali sono: la scelta autonoma da parte di un paese di intraprendere un processo di democratizzazione, la disponibilità dei paesi democratici ad aiutarlo su richiesta dell’interessato e la richiesta formale di adesione alle forme associative dei paesi democratici. Nel caso specifico dell’Ucraina, ciò si realizza con la richiesta formale di adesione all’Unione europea. La prospettiva delineata da Somaini appare promettente in quanto fondata, da una parte, sulla scelta autonoma del paese che si mette sulla strada della democratizzazione e, dall’altra, sull’allargamento della base democratica del pianeta per via pacifica, a partire dalla spontanea adesione degli stati attori. Ora, non sorprende che un dittatore come Putin consideri ‘nazificazione’ questo desiderio di democrazia e di libertà. Sorprende, invece, che i pacifisti non comprendano che barattare cessioni territoriali alla Russia con la pace significa di fatto interrompere questo virtuoso processo di evoluzione democratica regalando l’Ucraina alla sfera di influenza di Putin secondo le logiche imperialistiche tipiche del Novecento. Subito dopo, se non viene fermato in Ucraina, Vladimir Putin si sentirà incoraggiato a proseguire nella sua sbandierata volontà di potenza imperialista. E continuerà a realizzarla come ha sempre fatto: con le armi. Per fortuna, l’Unione europea e le democrazie anglosassoni hanno scelto di opporsi al disegno di Putin. Dovrebbero fare lo stesso i pacifisti in corteo a Roma, tra piazza della Repubblica e piazza San Giovanni. Non è affatto il tempo di slogan pilateschi contro tutte le guerre. Putin go home!

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