LibertàEguale

Ma il rapporto tra stato e imprese richiede schemi nuovi

di Umberto Minopoli

 

Lo Stato nei CdA delle aziende cui vanno aiuti? Ovvio che, sulle prime, si scatenasse lo sconcerto e l’allarme.

Si è fatto uno più uno, si è messo insieme l’Alitalia, il reddito di emergenza, i sussidi a pioggia e, comprensibilmente, si è temuto il peggio. Cioè, una definitiva svolta verso un indirizzo dirigista e statalista. Mettiamoci pure la semplificazione mediatica, e un tema serio, che merita approfondimento, finisce in boutade.

Il problema esiste. Oggi, più di quanto fosse di attualità prima della pandemia. La tendenza di alcuni a confinarlo nelle categorie filosofiche del passato – liberismo o Stato imprenditore – rischia di restare al di qua del problema. E di lasciarci sguarniti su temi concreti della risposta alla crisi.

Non serve scomodare la grande crisi del 29 o la ricostruzione post-bellica (ma, io direi, anche la crisi del 2007/2008) per evidenziare quanto le crisi globali, nella vicenda storica delle economie occidentali, significhino in termini di nuovi rapporti tra Stato e mercato, di istituti e forme nuove di governance dell’impresa economica, di compiti e funzioni nuove del sistema bancario.

Il capitalismo è, notoriamente, una formazione proteiforme. Si rivela piuttosto restio a farsi incasellare in schemi organizzativi validi per sempre. Ed è, invece, assai capace di flessibilizzarsi per aderire a situazioni nuove. Quella di oggi è il tema della fuoriuscita dalla più virulenta recessione dei tempi moderni (292 milioni di perdita di posti di lavoro full time e picchi a due cifre di caduta dei Pil).

La ricostruzione in sicurezza delle economie occidentali, in un contesto di asprezza competitiva tra le grandi aree economiche, richiederà una transizione verso modelli di impresa, sul terreno delle dimensioni e della dotazione di capitale, assai più accelerata rispetto al passato della pre-pandemia. La distruzione creativa rischia di assumere, davvero, aspetti malthusiani per quelle imprese e quelle economie incapaci di stare al passo. L’uso di investimenti e capitale pubblico non potrà limitarsi al contorno del mercato, al suo contesto di dotazione infrastrutturale e di servizi.

Il tema della capitalizzazione delle aziende che operano in concorrenza si impone. Esso non sarà risolto dall’accesso delle imprese al corredo di aiuti e sostegni indiretti (prestiti agevolati, credito bancario, fondi perduti). Il sostegno, anche pubblico, all’equity delle aziende sarà, probabilmente, uno strumento che entrerà nella cassetta degli attrezzi delle politiche pubbliche.

È evidente la differenza dagli anni 30 e, anche, dalla ricostruzione post-bellica. Allora, nel contesto di un assetto fondato sulle economie e gli Stati nazionali, la via che si impose fu quella dei campioni nazionali, della proprietà pubblica e di soggetti imprenditoriali pubblici (l’IRI in Italia) che trainassero la ricostruzione.

Oggi nella competizione globale e tra grandi aree geopolitiche quella strada è del tutto irrealistica, sbagliata e inefficace. Il capitale pubblico – nel contesto globalizzato attuale, di peso della grande finanza e delle colossali dimensioni di impresa transnazionali – potrà essere solo di partenariato e supporto alle imprese nazionali. Chi immagina CdP nel ruolo dell’IRI parla di un mondo che non esiste più.

Il tema è diverso e assai più limitato: deve esserci o meno uno spazio di utilizzo delle risorse pubbliche anche oltre i perimetri ordinari del loro utilizzo (uso delle risorse europee, investimenti diretti nelle esternalità ambientali, infrastrutture, garanzie del sistema bancario, prestiti agevolati, fondi perduti)? Dovranno le imprese contare su risorse pubbliche anche per ricapitalizzarsi, puntare a grandi progetti, a fusioni o crescite dimensionali, ad allargare la platea dell’equity? I prestiti e gli aiuti non risolvono il problema. Può essere escluso, per principio, l’istituto della partecipazione dello Stato al capitale delle imprese (che lo richiedono)?

Qualunque forma di partecipazione all’equity impatta, però, lo scoglio giuridico degli obblighi di sorveglianza. Che valgono per azionisti privati e pubblici, senza distinzioni. Oggi, nell’attuale governance di impresa, è il Cda il luogo deputato a “sorvegliare”. Nel futuro (prossimo) l’azionista pubblico (se ci sarà) come rispetterà i suoi obblighi di sorveglianza? È tutto da vedere. Ma liquidare la discussione con gli schemi del passato sarebbe di corto respiro.

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