LibertàEguale

Metodo Letta ok, ma Conte e Salvini ambigui sul governo

di Giorgio Tonini

 

È dal 1999 che il centrosinistra sceglie in Italia il presidente della Repubblica. Ed è dal 1999 che il presidente scelto dal centrosinistra è di fatto condiviso dal centrodestra. Nel 1999, la condivisione si realizzò esplicitamente ed immediatamente, grazie alla costruzione, da parte dell’allora segretario dei Ds, Walter Veltroni, di una larga convergenza su Carlo Azeglio Ciampi. Nel 2006 e nel 2015, per ragioni diverse, non si riuscì a ripetere il capolavoro e Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella furono eletti a maggioranza, senza l’immediata condivisione del centrodestra. Ma entrambi sono stati rieletti, per un secondo mandato, con una maggioranza “alla Ciampi”, segno che chi li aveva proposti lo aveva fatto in una prospettiva di convergenza e non di conflitto. E soprattutto che si trattava di nomi di indubbia e riconosciuta imparzialità e autorevolezza.

Dal 1999, fino alla scadenza del secondo mandato di Mattarella nel 2029, fanno trent’anni, tre decenni di presidenti di centrosinistra e, al tempo stesso, di unità nazionale. All’Ulivo ieri e al Pd oggi, si possono rimproverare tanti errori, limiti e difetti, certo non la capacità di esprimere grandi presidenti della Repubblica: personalità che sono state in grado di rappresentare al meglio, ad un tempo, la chiave di volta del nostro difficile sistema politico e istituzionale e il punto di incontro unitario, non scontato per un paese che ama la divisione e la frammentazione, in un comune patrimonio di valori patriottici e costituzionali e di scelte politiche di lungo periodo, a cominciare da quelle sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Se Enrico Letta, insieme a Matteo Renzi, è uscito vincitore dall’ultima, difficilissima impresa, che ha riportato Sergio Mattarella al Quirinale, penso lo debba alla scelta di porsi in continuità con questa tradizione. Al contrario degli altri leader, Letta non si è chiesto cosa servisse alla sua parte politica, ma cosa servisse al paese. E la sua risposta è stata semplice e chiara: in un parlamento (e in un paese), al contrario delle occasioni precedenti privo di una maggioranza politica, e che proprio per questo esprime un governo di larghe intese, nessuno può pretendere di eleggere presidente una personalità scelta per la sua collocazione di parte, ma si deve scegliere insieme un presidente nel quale si possano riconoscere tutte le forze politiche che sostengono il governo, senza peraltro escludere dal dialogo la destra di opposizione. Pur aperto ad altre ipotesi, il metodo Letta si traduceva in due proposte di convergenza: eleggere capo dello Stato il presidente del Consiglio che dà il nome al governo di unità nazionale, o convincere a restare al suo posto, superando un motivato diniego più volte ripetuto, il presidente che di quell’intesa di governo è stato il principale artefice e garante. Quindi Draghi, o Mattarella bis.

Condividere da subito, da parte degli altri leader, l’impostazione proposta dal segretario del Pd e lavorare per tempo ad una soluzione unitaria, avrebbe potuto portare ad una elezione al primo scrutinio, in un clima di responsabile convergenza, che avrebbe posto i grandi elettori in sintonia col paese. Inspiegabilmente, i principali leader degli altri partiti si sono invece impegnati nel lancio, peraltro assai poco convinto, di candidature partigiane, come tali tanto legittime quanto, nel contesto dato, del tutto irrealistiche e quindi fuorvianti. Per tacere dell’ultima, convulsa fase di gioco al massacro di nomi scelti senza alcuna ponderazione, in un clima di dilettantesco pressappochismo, in stridente contrasto con la dignità costituzionale della sede e del contenuto del confronto.

Tutto è bene quel che finisce bene, è vero. Ma fino ad un certo punto. Perché la riluttanza, in particolare di Salvini e di Conte, ad assumere la maggioranza di governo come orizzonte strategico dal quale far discendere la scelta del presidente della Repubblica, getta un’ombra di ambiguità, o quanto meno di incompiutezza, sul percorso che ha portato, per un verso i Cinquestelle e per l’altro la Lega, dal governo gialloverde, fortemente segnato dal populismo euroscettico, al riformismo europeista del governo Draghi. È come se per molti, dalle parti di Salvini o di Conte, il governo Draghi dovesse essere considerato come una parentesi da chiudere il prima possibile, per tornare a dove eravamo rimasti, anziché come uno spartiacque che ci consegna un quadro nuovo, da affermare e consolidare. Ma senza il completamento di questo percorso, il paese vedrà allontanarsi ancora l’orizzonte della “democrazia compiuta”: quella nella quale si contendono il consenso dei cittadini-elettori proposte di governo alternative sul piano programmatico e tuttavia accomunate dalla condivisione di valori fondamentali e di opzioni di lungo periodo: a cominciare dall’appartenenza all’Unione europea e alla sua moneta unica e all’Alleanza atlantica. La nostra resterebbe ancora una “democrazia difficile” e, paradossalmente, sarebbero ancora le forze che meno amano i governi cosiddetti tecnici, le principali responsabili della inevitabile supplenza da parte di esecutivi di compromesso parlamentare e non di emanazione popolare. Resta la speranza che dal voto a Mattarella, come dal sostegno al governo Draghi, tutti sappiano trarre le necessarie e coerenti conseguenze politiche. Meglio tardi che mai.

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