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Reddito di cittadinanza: finora è un fallimento

di Natale Forlani

 

Ricordiamo in modo sintetico i numeri relativi all’attuazione del reddito di cittadinanza (di seguito rdc) comunicati dall’INPS nel mese di novembre 2019: 1,5 mln di domande inoltrate, per 2,3 mln di componenti dei nuclei familiari interessati, 982ml quelle già accolte, 415ml quelle respinte, e 700 ml beneficiari potenzialmente avviabili al lavoro.

Numeri ben distanti dalle roboanti dichiarazioni dei rappresentanti del mov. 5 stelle antecedenti alla adozione del provvedimento: le famose 6 mln di card, i milioni di posti di lavoro da”creare” con i Navigator e l’azzeramento della povertà assoluta nell’arco dei 12 mesi. E nemmeno approssimativamente vicini ai 3,5 mln di potenziali beneficiari stimati nella relazione finale di accompagnamento alla legge approvata.

 

Le ragioni dell’insuccesso

La distanza tra gli obiettivi dichiarati e quelli concretamente realizzati ha indotto molti osservatori a proclamare il fallimento del reddito di cittadinanza. Concordo sulla affermazione, ma ritengo che il ridimensionamento dei propositi dei sostenitori del provvedimento debba essere accolto come un dato positivo. Una sorta di limitazione del danno prodotto.

Il fallimento del rdc non è dimostrato dalla scarsa affluenza delle domande, ma dalla inefficacia dell’intervento finalizzato a contrastare i livelli di povertà assoluta. Ed era un fallimento largamente annunciato.

In tempi non sospetti ci eravamo permessi in più occasioni di evidenziare, sulla base delle esperienze nazionali e internazionali consolidate, le ragioni del probabile insuccesso.

Le ricordo sinteticamente:
– negli altri paesi europei gli interventi adottati per contrastare la povertà fanno leva in misura limitata sui sussidi finanziari, e privilegiano le iniziative rivolte a potenziare i servizi sociali dedicati ai nuclei familiari disagiati. Le misure rivolte a contrastare le diverse cause di impoverimento vengono attivate a valle di quelle rivolte a prevenire la povertà facilitando l’accesso alle prestazioni di politica passiva e attiva del lavoro e i sostegni alle famiglie. Con strumenti mirati ad affrontare le specifiche condizioni del disagio sociale. Erogare sussidi finanziari a tossicodipendenti e alcolisti, ad esempio, produrrebbe esiti opposti a quelli auspicabili;
– i sussidi al reddito non offrono alcun incentivo per la ricerca del lavoro, anzi, di solito avviene il contrario. Con esiti negativi ampiamente confermati nelle esperienze storiche dei paesi sviluppati, ed in particolare in Italia. E che hanno consigliato i legislatori a delimitare l’erogazione dei sostegni al reddito, e per un tempo delimitato, ai disoccupati che perdono involontariamente il lavoro ;
– in aggiunta a quanto sopra, il nostro Paese si caratterizza per una rilevantissima area di lavoro sommerso che coinvolge i nuclei familiari, nella veste di beneficiari o di erogatori delle prestazioni, e per una forte dispersione degli interventi assistenziali erogati da una molteplicità di enti nazionali e locali, nella forma di integrazioni al reddito, bonus , sussidi vari, agevolazioni sui servizi, per la finalità di sostenere le persone e le famiglie in difficoltà. In assenza di una anagrafe nazionale in grado di dare visibilità e razionalità a questi interventi e di monitorarne gli esiti.

Tutti fattori che nell’insieme contribuiscono a falsare la rappresentazione degli indicatori di reddito e di patrimonio dei potenziali beneficiari del Rdc.

Queste evidenze storiche, e la stessa esperienza del reddito di inclusione precedentemente in vigore, avrebbero consigliato di procedere con prudenza, razionalizzando l’uso delle risorse disponibili e personalizzando gli interventi sulla base delle effettive esigenze dei nuclei familiari. A partire dalle politiche di sostegno per le famiglie numerose e per le persone non autosufficienti (che, tra l’ altro, sono i due segmenti dei beneficiari del reddito di cittadinanza maggiormente penalizzati). Diversamente, e per motivi esclusivamente elettorali, il legislatore ha deciso di accelerare l’introduzione del reddito di cittadinanza in assenza di adeguati strumenti di controllo e mettendo in campo misure velleitarie di politica attiva del lavoro. Misure che prevedono, tra l’altro, la possibilità dei beneficiari disoccupati di rifiutare qualsiasi proposta di lavoro ragionevolmente disponibile per le persone con bassa qualificazione e da reinserire nel mercato del lavoro.

 

Quello che emerge dai controlli

I risultati non potevano che essere scontati. Più di un terzo delle domande inoltrate è stata respinta in prima istanza dall’INPS. Un numero abnorme se si tiene conto che erano state redatte dagli interessati sulla base della semplice autocertificazione dei redditi e dei patrimoni. Non bastasse, una successiva indagine campione fatta dalla Guardia di finanza sulle domande approvate, ha messo in luce che il 70% di quelle esaminate risultavano non idonee a percepire il sussidio. Ma non risultano iniziative conseguenti, se non per qualche centinaio di beneficiari che sono stati casualmente intercettati in attività ispettive che avevano altre finalità: ispezioni effettuate sulle imprese o verso organizzazioni malavitose.

Sono stati assunti, in ritardo, i 3000 navigator nei servizi per l’impiego, che ragionevolmente trascorreranno i 18 mesi del loro contratto di collaborazione per cercare di comprendere cosa significa intermediare la domanda offerta di lavoro.

 

I dati sono insoddisfacenti

Dei famosi 700 ml beneficiari del Rdc potenzialmente occupabili, ne sono stati contattati dai centri per l’impiego circa 200ml. Il 20% non si è presentato al colloquio, una cifra analoga è stata dirottata ai servizi sociali perché ritenuta non occupabile. Buona parte dei restanti è stata valutata dai servizi per l’impiego come difficile da collocare per i profili richiesti dalle aziende, ovvero da avviare verso lavori a termine o stagionali che gli interessati possono rifiutare in base alla norme previste nella legge istitutiva.

L’ Anpal, l’agenzia nazionale per il lavoro, ha comunicato con grande enfasi che 18 ml percettori hanno trovato nel frattempo un lavoro. Evidentemente da soli, dati i ritardi dell’intervento delle politiche attive. Una quota esigua rispetto a quello che avviene in modo spontaneo nel mercato del lavoro senza alcun particolare intervento. Mentre sarebbe interessante comprendere quanti percettori hanno rinunciato a cercare un lavoro ufficiale preferendo mantenere i sussidi del Rdc. Come denunciato da diversi datori di lavoro e dalle agenzie del lavoro private.

 

Gli errori della politica

Tutto questo avviene nel silenzio dei promotori, i 5 stelle, e delle forze politiche della destra e della sinistra, che hanno a turno accompagnato il varo, e la prosecuzione, di un intervento destinato a marcare una deriva assistenziale delle prestazioni sociali e delle politiche per il lavoro.

Con la destra che si è macchiata della vergogna di escludere buona parte degli immigrati inserendo norme vessatorie e incostituzionali. E che, a seguito dei probabili interventi della magistratura, potrebbero comportare una riapertura delle domande per circa 1mln di nuovi beneficiari. E una sinistra pavida che mette la polvere sotto il tappeto, illudendosi di poter ricostruire su queste basi una alternativa alla deriva sovranista.

Così i percettori del reddito di cittadinanza sono destinati a diventare un bacino permanente delle clientele politiche disponibili a prolungare nel tempo i benefici e a tollerare gli abusi. Come già avvenuto nel passato per i lavoratori impegnati nei progetti dei lavori socialmente utili che, non a caso, saranno rimessi in campo con un prossimo provvedimento dall’attuale ministro del lavoro.

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