LibertàEguale

Salvare il paese dallo sfascismo? Sì, ma serve buona politica

di Tommaso Nannicini

 

Caro Direttore*,
di fronte alla gravità della crisi politica, è giusta la chiamata alle armi (metaforiche) di chi vuole salvare il Paese dall’avventurismo sfascista di Lega e 5 Stelle. Ma non servono girotondi. Serve buona politica. Azione, non agitazionismo.

Il 4 marzo si è tenuta un’elezione che molti hanno paragonato al 1948 (e per essere credibili dovremmo ammettere che non possiamo evocare un nuovo 1948 ogni tre mesi). Abbiamo perso, sdoganando la possibilità di una maggioranza putinian-populista in un’economia del G7, in un paese fondatore dell’UE. C’è chi si è speso con passione in quella battaglia, mentre molti girotondini di oggi pontificavano alla finestra, distillando distinguo. Per carità, va bene così, allarghiamo il campo e troviamo energie fresche, capaci di interpretare al meglio la nuova battaglia politica. Ma stiamo sui problemi delle persone, non sulla demonizzazione degli avversari.

Che le classi dirigenti di Lega e 5 Stelle flirtassero con l’uscita dall’euro era chiaro già nell’ultima campagna elettorale. Chiedere all’Europa di finanziare le loro irrealistiche promesse elettorali a debito (monetizzandolo), salvo uscire dall’Europa per stampare moneta in caso di diniego, è sempre stato il loro unico orizzonte di politica economica. I 5 Stelle chiedevano addirittura di tornare indietro rispetto al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981. E a che serve cancellare l’indipendenza della banca centrale se non a permettere alla politica di stampare moneta a piacimento?

Euro sì, euro no: è una battaglia giusta, da combattere fino in fondo, ma non può essere questo l’unico spartiacque elettorale. Anche perché finirebbe per schiacciare il fronte progressista su un’idea sbagliata di Europa: vincoli, austerità, lentezza burocratica, non tutele, investimenti, opportunità. L’Europa si difende cambiandola non trasformandola in un totem.

Così come lo spread non può essere la nostra unica arma elettorale. Per dirla con il mio barbiere: “non li hanno neanche fatti partire, perché date a loro la colpa dello spread?” Gioco, partita, incontro.

Se vogliamo ricostruire un dialogo con il Paese, dobbiamo ripartire con lo sguardo lungo e i piedi per terra. Senza sosta, ma senza fretta. Astraendoci dal teatrino impazzito della politica e provando a riconnetterci con le persone. Meno dichiarazioni a briglia sciolta, più incubatori di impegno civico. Meno caricature delle posizioni altrui, più battaglie sulle nostre proposte. Facciamo toccare con mano – con proposte che parlano alla vita, al lavoro, al futuro delle famiglie e dei loro figli – perché l’interesse nazionale dell’Italia si difende in Europa, non fuori. Perché abbiamo bisogno di investimenti e nuove competenze, non di debiti e vecchie lire. Perché l’instabilità finanziaria colpisce soprattutto i deboli, che vivono del loro lavoro e se hanno qualche risparmio non possono portarlo all’estero. Perché servono una scuola di qualità e un welfare davvero universale per portare avanti chi è nato indietro.

Se Lega e 5 Stelle parlano di riforma Fornero e noi di articolo 92 della Costituzione, possiamo chiudere bottega.

 

*Lettera a Il Foglio, 1 giugno 2018

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