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Una terra promessa: le memorie di Barack Obama

di Alessandro Maran

 

Ho letto in questi giorni A Promised Land, l’attesissimo memoir dell’ex presidente americano Barack Obama. Il libro (il primo di due volumi) si legge con piacere: sono quasi 800 pagine (nella versione in inglese) ma la scrittura di Obama è formidabile. Il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti riesce, infatti, a descrivere gli eventi con dettagli straordinariamente vividi e ad evocare i luoghi (dall’Asia sudorientale ad una scuola dimenticata nel South Carolina) con un tocco delicato; e sebbene il libro si concentri sugli aspetti politici più che su quelli personali, quando scrive della famiglia, lo fa in modo molto bello, venato di nostalgia.

Naturalmente, il libro racconta delle campagne elettorali e del periodo trascorso alla Casa Bianca e spiega gli obiettivi politici della sua amministrazione, dalla riforma del sistema sanitario al rilancio dell’economia dopo la Grande Recessione e alla lotta contro il cambiamento climatico. Ma il volume è anche un autoritratto introspettivo, realizzato con la stessa prosa sciolta e scorrevole che ha fatto apprezzare il suo libro del 1995, Dreams of my father. E così come il libro precedente ha trasformato il cammino dell’autore verso la maturità e l’età adulta in una più ampia riflessione sulla razza e sull’identità, allo stesso modo A Promised Land, si serve del suo incredibile itinerario (da outsider alla Casa Bianca) come di un prisma attraverso il quale esplorare le dinamiche del cambiamento che hanno modellato due secoli e mezzo di storia americana.

Il libro conferma senza dubbio le capacità narrative di Obama e, come ha detto a Michiko Kakutani in una recente intervista ad ampio raggio sulla letteratura e la scrittura per il New York Times, testimonia della sua convinzione che, in questo periodo di divisioni, “la narrazione e la letteratura sono più importanti che mai” perché “abbiamo bisogno di spiegarci l’un l’altro chi siamo e dove stiamo andando“. Del resto, come ricorda Tyrion nel finale di Trono di Spade, “non c’è niente di più potente al mondo di una buona storia. Niente può fermarla. Nessun nemico può sconfiggerla”.

E Obama conosce bene il potere di una storia ben raccontata: in politica, parlando della storia della sua vita ha fatto parecchia strada.

Ovviamente, c’è anche la politica. Qualche tempo fa, in vista dell’uscita pubblicazione del memoir, l’ex presidente americano ha dato una lunga intervista a Jeffrey Golberg dell’Atlantic, in cui ripensa alla sua presidenza e analizza il mandato di Trump. Obama giudica l’ascesa del suo successore come il risultato di una violenta reazione nazionalista alla sua presidenza e alla sua stessa presenza alla Casa Bianca.

Tuttavia, è sorpreso dalla forma che ha preso: “Anche se sei qualcuno che è infastidito dalla coscienza dei problemi sociali, come il razzismo e le diseguaglianze, e dal politicamente corretto e vuoi che gli uomini siano di nuovo uomini e sei stanco che tutti si lamentino del patriarcato, ritenevo che il modello non sarebbe stato Richie Rich, che si lamenta, mente, il genere di persona che non si assume la responsabilità di nulla”, dice a Goldberg. Per capirci, Richie Rich, il protagonista di una serie di fumetti degli anni cinquanta (e poi di un film nel 1994), è l’unico figlio di genitori incredibilmente ricchi, talmente ricco che il suo nome contiene il simbolo del dollaro.

Ma Obama non rinuncia “all’esperimento americano”, al progetto ideale, alle “verità di per se stesse evidenti” su cui si fonda l’America (“Che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità”).

“Quel che ho sempre pensato è che l’umanità possiede le capacità per essere più gentile, più leale, più giusta, più razionale, più ragionevole, più tollerante”, dice Obama a Goldberg. “Non è inevitabile. La storia non si muove in linea retta. Ma se ci sono abbastanza persone di buona volontà disposte a lavorare per questi valori, allora le cose possono migliorare. L’America come esperimento è veramente importante per il mondo non a causa degli accidenti della storia che ci hanno reso la nazione più potente sulla Terra, ma perché l’America è il primo vero esperimento nella costruzione di una grande democrazia multietnica e multiculturale. E non sappiamo ancora se sarà in grado reggere”.

Obama non è soltanto uno straordinario comunicatore, è anche un un politico molto dotato, costantemente animato da un senso di giustizia sociale ed economica, con un profondo senso morale. I suoi scritti (e le sue idee) rimandano alla migliore tradizione democratico-radicale americana e la sua elezione ha rappresentato una novità culturale enorme. La prima volta che ho incontrato Barack Obama, ha scritto infatti Fareed Zakaria nella sua rubrica sul Washington Post, mi ha colpito proprio perché era “diverso da qualsiasi altro politico che avessi mai incontrato”. Anche per il conduttore del più importante programma di politica internazionale della CNN, il memoir “è ben scritto, certamente il miglior memoriale presidenziale che abbia letto” e, nel libro, “emerge chiaramente” l’insolita curiosità di sapere, di conoscere, dell’ex presidente.

Tuttavia, lamenta Fareed, le nuove memorie di Obama non affrontano quel che il giornalista americano considera “la dinamica politica centrale” dei suoi anni alla Casa Bianca, e cioè “l’ascesa di un’opposizione manichea infuriata, assolutamente ostruzionista nei confronti della sua presidenza” e dello stesso Obama; uno sviluppo “che alla fine è culminato nell’elezione di Donald Trump”. E in effetti, nonostante il suo temperamento “incline al compromesso”, “le proposte centriste di Obama sono state accolte con rabbia e ostilità popolare”.

Nel libro, “Obama parla di queste reazioni isteriche nei suoi confronti, in modo intelligente ma brevemente, senza mai offrire una analisi approfondita o uno sfogo passionale – scrive Fareed – Ammette di non essersi concentrato sulle minacciose correnti sotterranee che stavano diventando sempre più forti. ‘La mia squadra ed io eravamo troppo occupati’, scrive. Ma potrebbe anche essere che ciò lo porterebbe in acque profonde e torbide che sono molto diverse dal paese ottimista e pieno di speranza in cui vuole evidentemente credere. Per lui l’America resta una terra promessa”.

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