di Stefano Ceccanti
La battaglia sul versante statutario per non ridiscutere la coincidenza tra segretario e candidato premier per il momento è stata vinta, ma ritornerà ora sul piano politico (come dimostra l’intervista odierna di Zingaretti) ed è un punto centrale come spiega anche un editoriale del Foglio.
La coincidenza tra segretario e candidato premier che è la regola dei sistemi parlamentari (persino in quelli a base proporzionale, come sanno bene Sanchez e Costa) è un filo rosso.
Essa allude anzitutto all’impegno persistente per una democrazia governante in alternativa alla rassegnazione alle alleanze post-elettorali che, alla fine, porterebbero fatalmente (anche se non lo si dice per pudore) ad un’alleanza subalterna verso il M5S.
Ma essa è anche decisiva per la forma partito perché chi mette in discussione la coincidenza mette fatalmente in discussione la primaria aperta. Se il segretario fosse solo tale, si tornerebbe logicamente alla scelta da parte dei soli iscritti, con la restaurazione ad una forma partito introversa.
Però, francamente, a me l’intervista di Zingaretti sembra più criticabile per un altro profilo oltre a questa nota propensione di restaurazione: l’idea di affidare la spesa per investimenti, che è un’operazione economica e politica di alto profilo, a tre magistrati.
Se lo avesse detto Emiliano non me ne sarei stupito, ma che questa subalternità sia sostenuta da un politico di professione mi stupisce molto.
Vicepresidente di Libertà Eguale e Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma. È stato Senatore (dal 2008 al 2013) e poi Deputato (dal 2018 al 2022) del Partito Democratico. Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016). È il curatore del volume di John Courtney Murray, “Noi crediamo in queste verità. Riflessioni sul ‘principio americano'” , Morcelliana 2021.